ENOCULTURA

    Cenni Storici sull’Origine delle Botti di Legno

    Qualche studioso ritiene che la botte sia nata nella Gallia Cisalpina, ma i documenti storici disponibili fanno risalire l’origine di questo contenitore alle antiche civiltà mediterranee. 
    Fonte: A. MORANDO e Altri – I Contorni del Vino – Edizioni Vit.En. 1992 

    Qualche studioso ritiene che la botte sia nata nella Gallia Cisalpina o Transalpina, ma i documenti storici disponibili fanno risalire l’origine di questo contenitore alle antiche civiltà mediterranee. La limitata diffusione del recipiente di legno nell’Evo Antico era dovuta alle difficoltà di costruzione, alla quale si contrapponeva la facile e comunissima lavorazione della creta. 
    Può darsi che la botte fosse più impiegata di quanto noi pensiamo e questo non ci sia stato tramandato causa la deperibilità del materiale che non ha consentito la conservazione di reperti, invece abbondanti per i contenitori di argilla e metallo. E’ intuibile che siano stati gli scambi culturali e di esperienza tra barbari e romani a costituire i presupposti per la diffusione della botte. I primi recipienti di legno furono ottenuti scavando un pezzo di tronco.

    Successivamente vennero realizzati contenitori costituiti da doghe verticali racchiudenti un fondo, serrate con cerchi di legno: la forma tronco-conica divenne un’esigenza per battere i cerchi ed assicurare la tenuta. 
    E’ probabile si sia passati poi alla sistemazione di un secondo fondo, anch’esso incastrato nelle doghe, come negli attuali tini botte. La forma tronco-conica era però scomoda per i trasporti, perché nella fase di rotolamento si ottiene un percorso circolare e non rettilineo. Nacque così l’idea della forma “panciuta”, perfettamente funzionale per gli spostamenti (facilmente rotolabile e orientabile), per il contenimento del vino (agevole colmatura) e per la tenuta dei cerchi. 
    Le prime cerchiature furono di legno.

    I metalli (piombo, rame, ferro), pur essendo già impiegati dall’antichità, stentarono ad affermarsi per i maggiori costi ed anche perché l’arte del bottaio consentiva di produrre cerchi di legno così resistenti e funzionali da risultare fortemente competitivi anche dal punto di vista tecnico. I cerchi di legno sono sopravvissuti: talvolta per scopi puramente estetici, oppure con una precisa funzione come nei fusti da trasporto nei quali possono facilitare il rotolamento, evitando l’imbrattamento delle doghe. 
    Con i primi secoli di questo millennio inizia la forte ripresa della coltivazione della vite e, di pari passo, si diffonde la botte che, poco per volta, conquista quasi tutti gli spazi di cantina e li mantiene fino all’inizio di questo secolo. Il questo lungo periodo il legno assume un ruolo primario non solo per la costruzione di botti e tini, ma per tutti gli altri recipienti e gli accessori, dalla raccolta e trasporto dell’uva, alla vinificazione, conservazione, invecchiamento e commercializzazione.

    La botte diventa anche un simbolo, un mezzo per registrare avvenimenti importanti, un messaggio legato al vino, ai distillati, alla birra, all’aceto. In diverse zone viticole diventa tradizionale scolpire il fondo, rievocando un personaggio reale o mitico, per impreziosire una manifestazione o per ricordare un evento. 
    A Durkheimer in Germania fu costruita una botte enorme della capacità di 17.000 hl, mai riempita di vino e attualmente adibita a ristorante.

    Il predominio della botte vacilla ad iniziare da questo secolo. Per primo si inserisce il cemento, facile da realizzare ed economico, poi (anni sessanta) comincia a diffondersi il ferro smaltato capiente e duttile; in seguito l’acciaio inossidabile, asettico, simbolo della industria alimentare razionale e pulitissima ed infine il poliestere rinforzato con fibra di vetro, leggero e moderno. 
    In questa fase calante del suo impiego la botte ha perfino dovuto subire l’umiliazione di essere relegata a semplice ruolo di immagine, di facciata. Per ingannare, ad esempio, qualche ingenuo consumatore convinto di acquistare vino prelevato da una piccola botte quando in realtà proveniva da un grande recipiente in materiali moderni, a questa collegata con una tubazione. 
    Una tendenza di ripresa con il ritorno all’invecchiamento si è avuto negli anni ’60-’70 in Toscana (‘Chianti’), Piemonte (‘Barolo’ e ‘Barbaresco’), Valtellina, Veneto, Trentino, ecc. Le botti prodotte in quel periodo erano pari a circa 150-170 mila ettolitri l’anno, escluse le botti da trasporto “a perdere” costruite in castagno, impiegate prevalentemente per la vendita dei vini meridionali. 
    Poi la doccia fredda di qualche studio scientifico: “per il Vino ci vuole un contenitore inerte; nel legno le probabilità sono quasi solo di peggiorare“. 
    E’ stata la dura, impietosa selezione dei bottai, con la perdita di firme prestigiose. Sono rimasti in pochissimi, ma decisi a non farsi cancellare dalla storia e agli inizii degli anni ’90, dopo danni ed amarezze, rivivono momenti di frenetica attività.

    Il legno vede così la sua rivalutazione in campo enologico. Con qualche esagerazione, come sempre capita nei fenomeni di riflusso, ma con un fervore di intenti e risultati concreti che fanno ben sperare. E’ opinione comune che il vino buono vada nelle botti piccole. 
    Talvolta può essere vero anche perché … non basterebbe per riempire le grandi. Nel suo insieme la dimensione della botte costituisce un problema articolato e complesso: può essere ragionevole partire dal presupposto che i vini di alta qualità, per i quali è utile il legno. possono presentare esigenze estremamente differenti, che giustificano diversi legnami, svariate provenienze, dimensioni piccole ed altre maggiori.

    Il difficile sta nella individuazione dei parametri più opportuni per ogni singolo vino il quale, a sua volta, non è identico da un anno all’altro. Le risposte giuste emergono, gradualmente, dall’esperienza e dalle ricerche di laboratorio e di cantina, condotte con precisione e serena obiettività. Si discute anche se certi vini siano migliorati perché passati nel legno o perché in realtà già più curati nelle precedenti fasi di produzione, ad iniziare ovviamente dal vigneto. 
    Le risposte possono essere tante. A noi piace pensare che tra legno e migliorate tecniche produttive possa instaurarsi una gara per offrire di più, ed il vino così ottenuto rappresenti il prodotto sinergico delle due azioni congiunte. Se ne risultano vini pieni, strutturati, armonici, longevi, di gran classe, … evviva il legno.

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