ENOCULTURA

    Le rotte del vino: 4. Rodi, Delo e il mercato italico

    Il Mediterraneo occidentale

    Di Aldo Quinto Lazzari. Capitolo 4 di 8 di «In viaggio lungo le rotte del vino».

    Se le coste del Mediterraneo occidentale erano per i Greci motivo di grande interesse commerciale, questo popolo non disdegnava di esportare il vino anche verso le popolazioni rivierasche dell’Egitto e soprattutto di quelle collocate verso nord, sulle sponde del Mar Nero, come i Traci, i Colchi e i Tauri.
    Non possiamo non ricordare poi il dominio greco delle coste italiche meridionali: della Sicilia, della Calabria e della Puglia meridionale, dove il vino e la vite erano merce di traffico con quelle popolazioni. Il vino greco nelle zone occupate o colonizzate dai Greci era ritenuto in quel momento il più pregiato, ambito non solo dai raffinati degustatori, frequentatori di simposi e baccanali, ma anche dalle popolazioni che avevano nel vino un “fedele compagno”, non solo per assumerlo come un “liquido alimento”, ma anche per ricevere gratificazioni euforizzanti, ristoratrici dello spirito oltre che del corpo.
    La colonizzazione greca anche della cultura agricola primitiva della Sicilia e della Magna Grecia attivò nelle popolazioni agricole indigene energie e potenzialità produttive. Diventando “autoctone”, in futuro, si sarebbero rivelate “fatali” per il commercio del vino dell’Egeo che era stato dominato dagli abili commercianti greci.

    Nuovi protagonisti: Rodi

    Tramontato il ruolo simbolico e religioso del vino, con riferimento a Dioniso o alle altre deità “baccanti”, il vino era diventato lo strumento del ricatto, non solo del potere ma anche della città nei riguardi del mondo rurale e dei suoi abitanti. Questi ultimi, attratti inizialmente dai facili e garantiti guadagni, realizzati assicurando il rifornimento del vino ai canali della distribuzione mercantile, si trovarono ben presto a subire il più duro dei ricatti. I piccoli produttori delle campagne che avevano trasformato le superfici dei loro poderi in vigneti specializzati, ma con una “fragile” monocoltura, furono a volte le vittime sacrificali.
    Le loro fortune e il meritato profitto non dipendevano soltanto dall’andamento stagionale ma dalle decisioni dei potenti della città, dei funzionari che intermediavano, e soprattutto dei mercanti, che a loro piacimento potevano decidere di non ritirare il vino prodotto, recando grave danno all’impresa, quasi sempre poco più che familiare. Anche se la civiltà enoica e mercantile della Grecia e il suo predominio nel Mediterraneo non sono da mettere in discussione, tuttavia nuovi protagonisti si affacciano nello scenario dominato dagli Elleni. Una piccola isola dell’Egeo, Rodi, si prepara a conquistare, consolidare, e proteggere, le rotte mercantili nel Mediterraneo. Fu soprattutto la sua posizione fra Egitto, Cipro, le coste siriane e fenicie e il mondo delle città greche che fece di Rodi, almeno dall’età micenea, un’importante intermediaria tra la Grecia e l’Oriente.
    Intuita la possibilità di commercializzare, ad esempio, i vini della Grecia, di Cipro e di altre realtà mediterranee, Rodi volse la sua attenzione soprattutto verso Oriente, tanto che la sua civiltà ebbe in tempi antichi un aspetto semiorientale. Storici antichi e moderni sono d’accordo nel far risalire il suo brillante sviluppo commerciale in quanto si autoreferenziò come potenza mercantile, in virtù delle sue navi e dei suoi marinai che avevano adattato le “barche” per poter accogliere, garantendone il trasporto, centinaia o migliaia di anfore, atte a contenere il vino. Gli ateniesi, pur gelosi del successo dei mercanti rodiesi, non avevano alcuna intenzione di porre fine ai traffici della piccola isola con l’Egitto e con la Siria, specialmente dopo l’insuccesso dei propri tentativi in Oriente. Sono documentate le intime relazioni commerciali fra Rodi e Nàukratis, sul delta del Nilo, ideale porto di approdo dei vini dell’Egeo e di altre zone vinicole del Mediterraneo.
    L’ostilità fra la Persia e la Grecia e lo stato di guerra che regnò per lungo tempo nelle acque meridionali dell’Egeo fecero sì che gli scambi commerciali fra l’Oriente e la Grecia non si sviluppassero in modo notevole, indipendentemente da qualsiasi rivalità eventualmente esistente fra Atene e Rodi. Comunque sia, il commercio rodiese progredì con straordinaria rapidità, a dispetto del fatto che, in epoche diverse, Rodi, di volta in volta, dipese politicamente da Atene, da Sparta, poi ancora da Atene e infine dai dinasti di Halikarnassos.

    Il prestigio di Rodi

    Il notevole aumento di potere e di prestigio si accompagnò in Rodi a un corrispondente aumento di ricchezza, testimoniato dalla moneta rodiese che dominò il mercato dell’Egeo e altri mercati al di fuori di esso, e dai bolli rodii impressi sulle anse delle anfore vinarie.
    L’esportazione del vino, in alcuni periodi, si ridusse a una parte trascurabile del commercio rodiese, ma la sua diffusione testimonia i lunghi viaggi dei mercanti dell’isola che imposero anche i loro vini mediocri ai clienti con i quali Rodi fu in rapporto costante, e che in virtù del loro denaro e della loro influenza erano sempre graditi ospiti nell’isola.
    La raccolta e l’esame dei bolli rodii trovati all’interno e fuori dell’isola mostrano che la maggior parte delle anfore vinarie rodie furono prodotte fra il 220 e il 140 a.C., ma soprattutto all’inizio del Il secolo. Bolli rodii sono stati trovati ad Alessandria, e in generale in Egitto, in Siria, in Palestina, nell’Asia Minore (specialmente a Pergamo), perfino a Susa, in Persia, e, a occidente, in Sicilia, nell’Italia meridionale e a Cartagine.
    Rodi, comunque, non riuscì a imporre sempre il suo vino su tutti i mercati settentrionali, per via di nuovi concorrenti che si affacciavano sul Mediterraneo con i loro commerci marittimi. Fatto questo che proverebbe come i mercanti di Rodi, in realtà, non fossero mai stati in grado di dominare completamente l’intera area dell’Egeo, impegnati come erano a trafficare verso sponde lontane dalla madre patria. Dei bolli su anfore vinarie trovati nell’isola di Delo, infatti, il 70% circa sono cnidii (di Cnidus) e solo il resto rodii. Era Cnido, o Cnidus, un lembo di terra fertile che faceva parte dell’estremo occidente dell’Asia Minore, poco più a nord di Rodi. La stessa percentuale di anfore vinarie si ha in genere nell’ambito di tutto l’Egeo.
    Al contrario, nella lontana Russia meridionale, sulla costa occidentale del Mar Nero, raggiunta dal commercio dell’Egeo, su circa duemila bolli reperiti negli scavi di Olbia, alla foce del fiume Hipanys, solo qualche ventina appartiene a Tbasos, Cnido e ad altri centri, mentre la maggior parte sono riferiti alle corporazioni commerciali di Rodi.

    Delo, porto franco

    Con il passare degli anni e l’intraprendenza di altre realtà emergenti, Rodi avrebbe sentito il fiato sul collo di altri competitori, a cominciare dai dominatori romani. Dopo la terza guerra macedonica, Roma decise di punire la supremazia della piccola isola dell’Egeo, per il fatto di essersi comportata come se fosse libera e indipendente. Roma scelse il suo punto più vulnerabile: il commercio, soprattutto quello del grano e del vino. Per indebolire la prosperità di Rodi, fonte del suo orgoglio e della fiducia in se stessa, Roma non ebbe bisogno di dichiararle guerra o di mandare le sue legioni sull’isola.
    Un qualunque atto di forza, sarebbe stato uno scandalo per il mondo greco e Roma evitò gli scandali quanto più poté. Fu sufficiente, per raggiungere l’identico scopo, mettere in atto “una misura più semplice e meno drastica”, suggerita ai Romani dalla politica degli Antigonidi. Delo, infatti, fu dichiarata porto franco, con l’intento di portare disappunto e creare difficoltà con una concorrenza sleale da parte dei “mercanti” di questa nuova, emergente realtà marinara.
    Finché l’isola di Delo era rimasta soggetta ad Atene, anche in qualità d’alleata, non poté sperare in uno sviluppo commerciale di una qualche importanza, visto che viveva solo dei pochi prodotti agricoli e del vino, ma soprattutto dei proventi del Santuario di Artemide e Apollo, che riceveva lasciti e ricche “elemosine” da parte dei fedeli che vi si recavano in pellegrinaggio.

    Delo indipendente

    La situazione subì un drastico cambiamento quando Delo riacquistò la piena indipendenza, fino a diventare centro della tolemaica Lega degli Isolani, decisivo fattore nella vita economica, mercantile e politica dell’Egeo. Baccante Anche dopo il crollo della Lega, Delo scelse la protezione e il “patronato” degli Antigonidi: la dinastia che per due secoli aveva regnato in Macedonia, che cercò di farne una concorrente di Atene, considerata una pericolosa avversaria. In poco tempo il commercio del grano, del vino e di altri prodotti provenienti dal nord passò nelle mani di abili mercanti che controllavano i magazzini e i porti di Delo, per farne merce di scambio e traffici, per le numerose “strade” commerciali che attraversavano il Mediterraneo e l’Egeo.
    Solide e durevoli erano le relazioni esistenti con alcuni centri economici dell’Egitto e alcune città del nord. Si registrò un aumento della presenza di mercanti e finanzieri di “fuorivia”, tanto che aumentava sempre più la colonia straniera a Delo. Questa era composta da stabili residenti e in parte da mercanti e visitatori transumanti che, come “branchi di avidi predatori”, cercavano di determinare a proprio vantaggio l’andamento del mercato.
    Ai produttori di vino non rimaneva che il ruolo di passivi protagonisti della scena mercantile, in quanto le destinazioni, i prezzi, le percentuali di ricavo e le singole qualità di ogni partita venivano decisi dai più potenti manovratori del mercato mediterraneo. Le soluzioni finali non sempre dipendevano dalla qualità, o dalle caratteristiche organolettiche di ogni singola partita di vino, ma dalla forza contrattuale di ogni “attore” del mercato nella sua globalità.
    Facevano parte di questi clan mercanti e sensali, ex pirati del mare, ma anche armatori, proprietari di navi e barche da trasporto, e che avevano tutti dei grandi interessi commerciali, e quindi finanziari. Come esaurientemente descritto sia nell’opera “Choix d’inscriptions de Delos” di F. Durrbach, sia nella più vasta opera “The Cambridge Ancient History”, di AA. W., una nuova era ebbe inizio per il commercio quando i Romani dichiararono Delo “esente da tasse”, espressione comunemente intesa nel senso dell’istituzione di un “porto franco” nell’isola. A subirne le conseguenze non furono solo i rodii, ma anche gli stessi nativi di Delo, visto che non tutta la popolazione beneficiava dei ritorni economici dei traffici del vino, anche locale.

    Un regalo agli speculatori

    Per i locali produttori di vini e commercianti in proprio, la creazione del “porto franco” decretata da Roma significò la rovina. E difficile poter dire se il dono dei Romani fu considerato dagli ateniesi di grande valore o no. Quei pochi ateniesi che si dedicavano con profitto agli affari in Delo non interessavano, se non marginalmente, lo stato ateniese. Il nuovo stato di “porto franco” di Delo significò soltanto un regalo per speculatori e profittatori, cioè per quella classe cosmopolita di mercanti e banchieri nelle cui mani era concentrato il commercio “internazionale” del vino e di altri preziosi prodotti della terra. Una serie di atti di vendetta politica contribuì ad accrescere la prosperità di costoro. Il costante controllo esercitato su Rodi e gli sforzi fatti per impedirle di ricostruire la sua flotta diedero ai pirati la possibilità di svolgere la loro attività su larga scala. Delo, come “porto franco”, lasciato in balia di banchieri, trafficanti e mercanti, divenne la piazza ideale per i pirati di professione, che potevano vendere tranquillamente le merci frutto delle loro scorrerie e saccheggi. Anche la distruzione dei centri commerciali di Cartagine e Corinto portò alla rovina importanti comunità di ricchi e affermati mercanti mediterranei. Quelli che sopravvissero e riuscirono a salvare parte delle loro ricchezze furono costretti a cercarsi una “nuova patria”, disposta a ospitarli per continuare a esercitare le loro attività e i loro traffici. Una nuova situazione di disagio economico e mercantile, creatasi in alcuni Paesi d’Oriente, consigliò gli uomini d’affari e i mercanti dell’Asia Minore, della Siria e dell’Egitto di rivolgersi verso i nascenti mercati in Italia. Un po’ alla volta la Penisola divenne il più grande e ricco mercato del mondo conosciuto, anche se non dobbiamo peccare di eurocentrismo, visto che altre realtà commerciali, forse, erano già attive nel lontano Oriente.

    Il mercato italico

    Gli abitanti dell’Italia meridionale e della Sicilia erano stati a lungo in stretti rapporti commerciali con il mondo greco, dapprima tramite Atene, poi tramite Rodi e Delo, con i quali trafficavano, nei due sensi, i vini dell’Egeo e i vini di Enotria. Alleati dei Romani e considerati essi stessi romani, al cospetto dell’universo mercantile dell’Oriente, protetti dal potere dei magistrati e dagli eserciti di Roma, sia i Greci, sia gli Italici colonizzati culturalmente dagli ellenici che occupavano le aree dell’Italia meridionale non si fecero sfuggire la possibilità di diventare protagonisti nel nascente mercato italico. Mercato che si espandeva contestualmente all’aumento della produzione del vino “made in Italy”.
    Tutto fu agevolato e promozionato dalla istituzione del “porto franco” di Delo. A testimonianza di ciò anfore vinarie e olearie, con il marchio italico, sono state ritrovate nella piccola isola. Con i capitali acquisiti durante le grandi guerre condotte da Roma in Occidente e in Oriente, i mercanti italici iniziarono gradualmente a stabilirsi a Delo e ad attivare rapporti diretti con i produttori di vino in Italia, i mercanti della bevanda in Grecia, i mercanti dell’Asia Minore, della Fenicia e dell’Egitto.

    Verso l’Europa occidentale

    L’influenza di Roma aprì nuove e importanti aree nell’Europa occidentale, agevolando le attività commerciali dei Greci e degli Italici colonizzati da Atene. Si realizzò, così, nella lunga storia del mondo antico, un vero e proprio commercio internazionale nel quale il vino avrebbe avuto un ruolo importante.
    Fu per merito dei primi grandi viaggiatori e conquistatori che si svilupparono le relazioni commerciali tra il mondo greco ed ellenizzato e i Paesi poco o nulla toccati dalla civiltà greca, e non governati dai Greci. Tra questi, le terre iraniche, l’India, l’Asia centrale e la Cina a oriente, l’Arabia e l’Africa centrale a sud, l’Europa e la parte occidentale dell’Africa, a occidente. Si cominciarono a codificare, divulgandone l’esistenza, le varie strade e le vie dei traffici mercantili, a cominciare dal commercio carovaniero, diretto verso l’Oriente, con l’Asia.
    Il traffico aveva come protagoniste le vie fluviali di Mesopotamia, Egitto, Gallia, Germania, la parte meridionale della Russia, oltre ad alcuni Paesi attraversati dal Danubio. Importante e decisivo era il commercio marittimo che aveva visto per secoli il solo Mediterraneo come scenario e che ora collegava l’India con l’Arabia e l’Egitto, le diverse coste del Mediterraneo, il Mediterraneo con il Mar Nero, l’Oceano settentrionale e il Mar Baltico.
    Il commercio locale avveniva, indifferentemente, via terra e via mare veleggiando lungo la costa, o attraverso i fiumi navigabili. Gli Italici ebbero posti di primo piano nel commercio e negli affari del mondo egeo in generale, e cominciarono a porre le basi della loro espansione commerciale in Occidente.
    Questi sviluppi razionali del commercio scatenarono una gara tra alcune regioni mediterranee interessate a produrre quantità sempre maggiori di vino, al quale faceva riscontro una domanda in continuo aumento. Se per i mercanti attrezzati con navi da carico l’enorme quantità di anfore vinarie giustificava il viaggio, più difficile si presentavano le operazioni mercantili per i Paesi dell’interno, che dovevano affrontare lunghi viaggi, lenti e costosi, con carri o carovane di animali da soma, spesso su strade sconnesse e tortuose.

    Gli Etruschi e le imitazioni dei vini greci

    L’abbondanza di ferro dei territori attorno all’isola d’Elba trasformo profondamente la civiltà etrusca, alla fine dell’Età del bronzo sia per la ricchezza che portò da tutto il Mediterraneo, sia per i contatti con il mondo greco, molto più evoluto dal punto di vista artistico e nella produzione di vino. Gli Etruschi, del periodo talassocratico, divengono dei fedeli imitatori dei modi di vita dei greci, dal culto dei morti alle manifestazioni del simposio.
    In questo periodo, il vino etrusco conquista il mercato francese come testimonia la grande ricchezza dì anfore di foggia etrusca ritrovate nelle chiglie di molte navi affondate sulle coste di fronte a Marsiglia. Un’altra tipologia di anfora appare con frequenza, insolita nei ritrovamenti, quella prodotta nell’isola di Chio. Quest’isola era famosa per produrre un vino dolce dalle caratteristiche inimitabili, perché prodotto da uve che venivano fatte appassire dopo alcuni giorni di permanenza nell’acqua del mare; che toglieva la pruina dalle bacche e rendeva l’appassimento più rapido. Il successo di questo vino spinge gli Etruschi a imitarlo.
    Dapprima introducono la varietà adatta, l’Ansonica o Inzolia dalla Sicilia, vitigno che ha molte parentele genetiche con due varìetà greche molto adatte all’appassimento per la consistenza delle bacche, il Rhoditis e il Sideritis, poi applicano i principi dell’appassimento l’appassimento come a Chio, ma soprattutto esportano il vino, in Francia in anfore perfettamente imitate nella forma e nel marchio della lontana isola greca. Il trucco riesce, come dimostra la frequenza dei ritrovamenti di anfore di quella foggia.
    Per molto tempo gli archeologi si sono chiesti come mai l’isola di Chio così lontana e piccola poteva esportare tanto vino in Francia. Recentemente l’analisi cristallografica delle argille ha dimostrato, in base al contenuto di cadmio, che le anfore di Chio erano la minima parte delle anfore ritrovate con quella forma, mentre le altre provenivano in grande numero dalle fornaci dell’Etruria meridionale

    Un grande indotto

    Con lo sviluppo delle varie tipologie di strade o vie di traffici commerciali, si attivarono a ridosso dei porti marittimi e fluviali, o nei punti di carico delle prime arterie stradali, moltissime piccole botteghe artigiane, o vere e proprie fabbriche di anfore di diversa forma, peso e capacità, con le quali il vino era esportato, raggiungendo mercati lontani dal luogo di produzione. Si crearono funzionali magazzini centralizzati per la raccolta dei carichi e lo smistamento delle singole merci. Ogni fabbricante, per far individuare le proprie partite di vino, delle quali era il garante ufficiale, apponeva un proprio marchio sull’ansa superiore di ogni anfora, a volte corredata da un cartiglio di “referenze qualitative” o di origine.
    Per raggiungere, nei tempi giusti e con i costi più bassi possibili, le migliaia di piazze mercantili, vicine o lontane, che nel frattempo erano sorte per far fronte all’aumento della popolazione e al migliorato tenore di vita di alcuni strati sociali, si dovevano attivare migliaia di mercanti “specializzati”, di contabili, di personale per la manovalanza spicciola, di mezzi da trasporto, come navi, carri, barche, o coppie di animali da soma o da basto.
    Molti centri commerciali, per la loro attività e per il prestigio conquistato sul campo, oltre che per la loro posizione a ridosso di agglomerati urbani e con un numero elevato di potenziali compratori, e una massa consistente di consumatori, divennero e rimasero per lungo tempo famosi: tra questi sono da ricordare Emporium, Tarentum, Neapolis, Siracusa, Panormus e Marsiglia. Se i luoghi del mercato erano importanti e tali da essere registrati nelle cronache mercantili di oggi, lo sono ancora di più i mercanti e le loro prime associazioni o corporazioni che avevano assunto un ruolo “internazionale”, e facevano riferimento ai grandi “attori” del commercio.

    Il commercio ellenistico

    Come si desume da molte cronache del tempo, il commercio ellenistico si svolse principalmente per via marittima e lungo le vie carovaniere. E naturale perciò aspettarsi che lo sviluppo dell’uno e dell’altro tipo di traffico abbia determinato un notevole miglioramento in campo tecnico per tutto ciò che poteva rendere questo traffico più sicuro, veloce e poco costoso.
    Nulla si sa, innanzitutto, di quanto si fece, o si cercò di fare, per migliorare le strade. La più tarda attività dei Romani oscurò quanto in questo campo era stato fatto dai re ellenistici e dalle città. Tuttavia, il fatto che si abbiano notizie di strade regie in Asia Minore, contrapposte probabilmente a strade private o costruite dalle città, implica l’esistenza di una certa attività svolta da questi diversi soggetti, in competizione tra loro.

    I progressi della geografia

    Di pari passo, accanto al progresso della geografia matematica e descrittiva, si verificò l’adattamento delle nozioni geografiche ai bisogni pratici di mercanti e viaggiatori. Le più affidabili cronache si riferiscono al periodo ellenistico, con descrizioni delle rive e gli eventuali punti di riparo o di attracco del Mediterraneo, del Mar Nero, del Mar Rosso e del Golfo Persico. In periodo romano si ebbe la produzione di una corrispondente serie di carte stradali definite “itineraria”: una specie di Portolano.
    Ma il ben noto itinerario di Isidoro di Charax per l’Impero parthico mostra come molto prima dell’esistenza degli “itineraria” romani il traffico carovaniero aveva avuto i suoi manuali basati sullo studio dei percorsi terrestri, iniziato dai funzionari persiani e continuato dai cartografi di Alessandro Magno. In molte di queste carte vi erano le indicazioni che consigliavano le strade e gli itinerari più adatti al trasporto di carri con anfore vinarie.
    Scorrendo le cronache degli ultimi scorci dei secoli a.C., in attesa che Roma diventi una potenza “imperiale” e la dominatrice incontrastata del Mediterraneo e dell’Europa, si avverte un certo impoverimento dei traffici mercantili. Forse l’espansione di Roma prima all’interno della penisola italica e poi sempre più a nord allontanò dal cuore della produzione vinicola in crisi l’interesse per il vino dei Greci, dei ciprioti e di altre civiltà vinicole dell’Egeo.
    La Sicilia stessa e la Magna Grecia, svincolatesi troppo in fretta dalla cultura e dal condizionamento degli esperti vitivinicoltori greci, ai quali avevano rubato il mestiere, non riuscivano più a trafficare con il proprio vino oltre i ristretti confini delle loro vigne. Si fecero sempre meno affollate le rotte tradizionali frequentate da Fenici, da Greci e da marinai mercenari al servizio di commercianti senza scrupoli di varie etnie. Questi ultimi avevano invaso i mercati con forniture di vino poco rispettoso della qualità “registrata” all’origine. Oppure, più plausibile, fu un certo disorientamento e una crescente abulia dei nuovi mercanti che preferirono abbandonare la scena.

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