Le rotte del vino: 1. Le origini e l’Egitto
Strade, porti e mercanti
Di Aldo Quinto Lazzari. Capitolo 1 di 8 di «In viaggio lungo le rotte del vino».
Parlando di vino, delle sue origini, della sua evoluzione e della conquista di popoli e territori non si può non parlare, oltre che di mercanti, anche di vie e strade del commercio, di porti e soprattutto di anfore e di navi.
Le fonti
Non sono molti gli scritti che narrano le cronache mercantili e i consumi specifici di vino di alcuni antichi popoli nel Mediterraneo. Spesso si tratta di cronache incomplete o fantasiose, o che si rifanno ai classici come alcuni autori greci o latini, tra cui Erodoto, Plinio, Strabone, Varrone e Columella. Abbiamo cercato di frugare tra le memorie delle nostre ricerche per poter redigere una breve storia del commercio del vino, la più credibile possibile, ripercorrendo migliaia di pagine di celebri opere anche attuali.
Opere come “Social and Economic History of the Roman Empire”, o quelle di autori come J. Burry, S. A. Cook, P. Charlesworth, pubblicate oltre trent’anni fa dalla Cambridge University, come “The Middle East and the Aegean Region” o “The Hellenistic Monarchies and the rise of Rome” e “The Augustan Empire”. Scritti che ci hanno rassicurato sulla credibilità di almeno alcuni dei tanti accadimenti dei millenni scorsi. Pagine, che sono la testimonianza di più epoche e che hanno lasciato tracce che indicano nel Mediterraneo la culla della intramontabile civiltà del commercio e degli scambi tra popoli, spesso rivali, o nemici, protagonisti, in tempi diversi, della lunga storia del commercio vinicolo.
Cerchiamo quindi di tracciare, anche se in modo sintetico, l’iter “commerciale” di questa bevanda nel contesto delle varie civiltà, in continua evoluzione, che con le attività mercantili risolvevano in parte le esigenze economiche, assicurando le disponibilità necessarie non solo per la sopravvivenza quotidiana ma anche per accrescere la loro condizione sociale.
Il Mediterraneo, culla del vino
Come tutti sanno, il vino ha il suo riferimento più antico nel Mediterraneo e sarà proprio attraverso questo mare che si diffonderà nelle varie culture dei popoli che abitavano i territori confinanti con le sue sponde. Se alcune cronache del vino, o, ad esempio, della birra, sono state inventate di sana pianta quelle che riguardano i trasporti, anfore vinarie, gli improvvisi crolli dei traffici risultano, in generale, tra le più affidabili e documentate. In epoca romana i contenitori del vini erano ammassati nei magazzini delle “tabernae mercatorie” in attesa di essere caricati a bordo delle navi. Il vino di qualità era destinato, almeno agli inizi, ai ricchi e ai potenti che lo prelevavano dagli stessi porti d’arrivo.
Le “tabernae”, situate accanto ai moli, servivano anche per “formare” i vini, miscelando tra loro i vari tipi, per ottenerne una determinata qualità ambita dalla clientela più esigente. Era talmente importante il connubio tra mare e vino che le ricche famiglie romane, e i protagonisti del bel mondo, si facevano costruire ville sontuose a ridosso dei porti, dove giungevano le prelibatezze etniche dalle varie culture enoiche e alimentari in genere. Fu ad esempio il Falerno, o meglio il vitigno (aminea), ad essere utilizzato per produrre alcuni celebrati “cru”, destinati alla clientela che aveva il mare come riferimento.
Il mare, inteso come elemento acqua, fu anche protagonista nelle prime azzardate miscelazioni, poiché l’acqua di mare serviva per mitigare e rendere più bevibili alcuni vini “forti”. Il vino “dei naviganti”, così definito quello che giungeva via mare, inizialmente entrò a far parte soprattutto dei consumi elitari nella cultura greco-romana.
Era poi sempre accanto ai porti di mare, o poco lontano da questi, che sorsero le prime mescite, tanto che si legge ancora in alcune pareti pompeiane, ma anche di altri lidi, il riferimento ai vari tipi di vino venduto a “calici”, e al relativo prezzo: “Per un asse potete bere vino/ Per due assi potete bere il migliore/ Per quattro assi potete bere Falerno”.
Nei listini dipinti sul muro delle taberne portuali, era descritta anche una certa classificazione dei vini proposti come Vinum bonum, Vinum modestus, Vinum sublimis, Vinum excellens, Vinum insolitus, Vinum optimus. Per alcuni rari vini, immaginati più per gli dei che per i mortali, si faceva ricorso al termine “paradisiaco”.
Vino e mare
Il connubio vino e mare lo si può desumere con più evidenza, oltre che sulle storie di Rodi e di Delo, come vedremo in seguito, per il fatto che nel porto di Roma (Ostia) è stato ritrovato un numero elevatissimo di anfore per il trasporto del vino importato dalle Gallie e, in altri periodi, dalle vigne della Baetica, che veniva immagazzinato, o ricoverato provvisoriamente, nelle dispense portuali.
Il vino delle origini
Prima di andare oltre con la storia, dobbiamo essere chiari su cosa si deve intendere per vino, visto che anche nella fantasiosa letteratura di molti autori latini, greci o di altre culture, si leggono delle risibili, presunte verità storiche. Senza esagerare sulle codificazioni, più o meno recenti rispetto alle sue origini mediterranee, semplificando, diciamo che per vino si dovrebbe intendere quello ottenuto facendo fermentare il mosto di uva (vitis vinifera) senza aggiunta di altri ingredienti, come acqua marina, pece o mirra, aloe o resina, come si usava anche al tempo dei Greci e dei Romani.
Parlando di “patrie” del vino, contrariamente a quanto affermato da alcuni, l’Egitto non è mai stato un Paese di grandi tradizioni vinicole. Poche le vigne, rare le pratiche di vinificazione, almeno in corrispondenza del periodo predinastico e delle prime dinastie. Sarà soltanto con l’avvento dei rapporti commerciali con altri Paesi del Mediterraneo, tra cui alcuni colonizzati o invasi e occupati per un certo periodo dagli eserciti egizi, che i sudditi dei faraoni apprenderanno nuove cognizioni sulla vitivinicoltura, scoprendo anche vini di qualità, migliori dei loro vinelli nilotici. Bisognerebbe descrivere puntigliosamente quali orribili misture si facessero per assicurare al vino una longevità innaturale.
I vini dei faraoni
Ecco perché i vini egizi altro non erano che mediocri bevande, forse dolciastre all’inizio, che con il tempo si tramutavano in acide, amare e ossidate soluzioni liquide. Tanto è vero che i ricchi sudditi dei faraoni, se intenditori di vino, cercarono d’importare vino dalla Siria, da Creta, da Cipro, dalla Terra di Canaan e, più tardi, dalla Grecia.
Il vino degli Egizi, in una parola, non doveva essere poi questo grande nettare descritto come presunto tale, tanto che i dominatori greci e romani, giunti in epoca più avanzata, non amarono molto i “vinelli della casa” prodotti in Egitto. Quando questi “imperialisti” si trovarono “esuli” in quella terra, si facevano inviare vino dalla Grecia, o dai porti dell’Egeo, e soprattutto Falerno, Cecubo e Mamertino dalla Penisola italica.
Anche in Mesopotamia non vi era una cultura vitivinicola: infatti le anfore vinarie, repertate di recente rispetto alla storia di quella terra, potevano essere tra quelle commercializzate dalla Siria, e in seguito anche da altre zone mediorientali, i cui mercanti si avventuravano sulle strade verso l’Oriente asiatico per vendere il vino “mediterraneo” ai sudditi di Babilonia.
I primi scambi commerciali
I primi veri cenni di scambi commerciali credibili nell’area mediterranea, nei quali il vino gioca un ruolo determinante, si trovano nelle documentazioni che riguardano l’isola di Creta. Per poter parlare, ad esempio, di un traffico organizzato tra Creta e l’Egitto, è stato necessario attendere che si ritrovasse (come si legge in “L’Egipte et le Monde Egeen Préellénique” di J. Vercouttier, Cairo 1956) un credibile documento del Regno Medio nel quale si evidenzia il fatto che anche le navi egizie facevano spola con i porti di Keftiu (antico nome di Creta).
Gli Egizi scambiavano i loro prodotti come pietre preziose, uova di struzzo e avorio con il legname e soprattutto con il vino che, se non tutto prodotto a Creta, certamente era immagazzinato nelle capaci dispense portuali dell’isola.
Per avvalorare la notizia che Creta avesse anche i Paesi dell’Oriente come meta dei suoi traffici, merci che transitavano per la direttrice commerciale che univa le sponde del Mediterraneo e la Siria con Babilonia, passando per Mari, ci rifacciamo agli autori più documentati, tra cui A.L. Oppenheim (“The Archives of the Palace of Mari”, 1954) e A. Parrot (“Les fouilles de Mari: troisiéme campagne”, 1935-36). Questi autori si affidano soprattutto ad alcune testimonianze scritte che accennano ai prodotti provenienti da Creta e dalla Siria.
Magazzini e ghiaccio
I vini, importati e conservati nei capaci magazzini sotterranei, venivano “rinfrescati” e resi più “potabili” dal ghiaccio che in grande quantità era conservato nel profondo di fresche grotte. Il vino sufficiente all’esigenza del momento era prelevato dal magazzino qualche tempo prima di servirlo a tavola. Da altri passi di questi scritti si deduce che il vino “buono”, o il migliore, era riservato ai regnanti o comunque ai pochi personaggi più in vista.
Forse il vino buono doveva essere poco, appena sufficiente a gratificare i “nobili” palati. Vista la preferenza per i vini di queste zone da parte dei faraoni, dei notabili in genere, e dei funzionari dell’apparato statale, migliaia di anfore requisite in loco e riempite di vino, dopo una tappatura di garanzia, venivano spedite ai magazzini reali da dove poi prendevano strade diverse, per giungere al consumatore finale. Si continua a portare come testimonianza il gran numero di anfore vinarie dipinte o ritrovate, vuote naturalmente, nei vari siti, che risalgono al 1360 a.C., per confermare la diffusione della viticoltura in Egitto e soprattutto del prodotto vino.
Le “strade del vino”, che a Oriente raggiungevano il cuore della Mesopotamia, oltre che terrestri, erano rappresentate dalle vie d’acqua, di mare e di fiume per determinati tratti, vie frequentate dai primi vascelli mercantili e dalle cosiddette “barche fluviali” a fondo piatto.
Gli Egizi – come ci ricorda W. Helch, uno dei più attenti studiosi degli accadimenti nel Mediterraneo – sia con normali scambi commerciali, sia con periodiche razzie, oltre alle giare di vino, trasferivano in Egitto, su suggerimento dei viticoltori locali, barbatelle di vitigni affidabili, ideali per produrre vino di qualità anche in terreni particolari e climi molto caldi.
Si debbono registrare, specie in coincidenza con alcune dinastie, i primi scontri commerciali tra i vari tipi di vino provenienti da Siria, Creta, Libano e, in seguito, anche dalla più evoluta vitivinicoltura della Grecia e la bevanda ottenuta da cereali e acqua, consumata da tempo in Egitto al posto della sola acqua di sorgente o di fiume, generalmente di scarsa potabilità.
La crisi del II millennio a.C.
Sul finire del II millennio il Paese conobbe il periodo più buio della sua storia, a causa dei ripetuti attacchi da parte dei “Popoli del Mare” che si univano spesso ai Predoni di Terra e agli invasori libici che avevano un alleato inatteso nel formidabile movimento migratorio proveniente dal mare Egeo e dall’Asia Minore, che tentava di insediarsi in Egitto per restarvi.
I lucrosi traffici mercantili dell’Egitto con le regioni costiere del Mediterraneo cessarono di colpo e si dovette attuare una vera e propria politica di rinunce. Il vino importato che stava per diventare, se non popolare, un bene disponibile anche per strati più ampi della popolazione, e che proveniva dall’Egeo, dalle coste della Siria e del Libano, ma soprattutto da Creta, a poco a poco scomparve dalla dieta quotidiana, anche dei ceti più abbienti.
Per ritrovare il vino protagonista dei commerci e dei consumi non solo elitari, bisognerà attendere alcuni secoli dopo, intorno al 650 a.C., in coincidenza con l’affermazione, sul delta Canopico del Nilo, della XX Dinastia Saitica. Psamtek I di Sais (su questo nome ci sono più versioni discordanti: Psammetico, Psamatiko o Psamatik), che aveva preso il potere servendosi anche di mercenari greci, sarà protagonista e mecenate del momento più fiorente delle attività commerciali con la Grecia e con gli altri centri ionici e del Mediterraneo orientale in genere.
Per merito dei mercanti-mercenari al servizio del Principe di Sais, per la prima volta viene offerta la possibilità di bere vino a tutti gli strati della popolazione. Si arrivava perfino a snobbare la non sempre attrattiva bevanda di Cerere (definita in modo approssimativo birra) che era spesso una squallida tisana a base di cereali, ottenuta, oltre tutto, da acqua il più delle volte di mediocre potabilità. Terminate da tempo le scorribande dei “Popoli del Mare”, i mercanti organizzati in corporazioni che commercializzavano il vino, favoriti nei loro traffici via terra e via mare dall’autorità regia, dovettero difendersi dai rinnovati attacchi dei “pirati” greci che già in epoche lontane da questo periodo avevano dominato, con le loro scorribande, la scena mediterranea.
Dalle attività dell’importante colonia dei mercanti milesi, stabilitasi sul delta Canopico e riconosciuta ufficialmente come un vero e proprio “emporio commerciale” governato da una magistratura, i re della XXVI Dinastia continuavano a trarre profitti considerevoli e un potere economico da gestire per le proprie convenienze, concedendo in cambio la libera circolazione delle merci. Fu in questo periodo che i vini greci, di Creta e di altre culture vitivinicole si affermarono come emblema del vino classico mediterraneo.







