Le rotte del vino: 6. Il Medioevo dei mercanti
La fine dei grandi commerci
Di Aldo Quinto Lazzari. Capitolo 6 di 8 di «In viaggio lungo le rotte del vino».
I vincoli commerciali che avevano legato i vari popoli, dalla Gallia alle terre dell’Impero romano, oltre il Mediterraneo, erano stati spezzati da questa nuova civiltà che, conquistando i territori, aveva tra gli altri compiti quello di sradicare vigne e distruggere la cultura vitivinicola delle regioni invase. Con la scomparsa del commercio marittimo che aveva nel vino, se non il protagonista assoluto, certamente un primatista, vennero a cessare tutte quelle attività a esso collegate.
Le corporazioni dei mercanti, che si erano affermate come un ceto determinante per l’economia di molti Paesi, si sciolsero. Per secoli e secoli, i più bui del Medioevo, le società si basano essenzialmente su una economia rurale. Le proprietà sono teatro di attività mirate all’autosufficienza, e a volte alla sola sopravvivenza.
I prodotti del lavoro agricolo, compreso il vino, sono destinati esclusivamente all’autoconsumo e non al mercato. In alcuni periodi, come, ad esempio, quello carolingio, le città tradizionali che avevano ospitato i centri del commercio all’ingrosso e al minuto, dove i professionisti del mercato facevano i loro affari, si sono trasformate in una specie di “recinti fortificati” costruiti per proteggere il centro culturale rappresentato dalla cattedrale o da un complesso monastico.
In attesa del grande risveglio
Scompare in gran parte dell’Europa la città classica che aveva avuto una connotazione anche come centro commerciale, utile per sostenere la popolazione cittadina, e come sfogo economico del mondo contadino e agricolo che sulla città faceva affidamento per “piazzare” i prodotti, mentre i grandi traffici venivano gestiti dai pochi mercanti professionisti sopravvissuti. Se la vera attività commerciale era in un certo senso un lontano ricordo, tuttavia, i “mercatores” o “negociatores” di un tempo erano stati sostituiti, in parte, da occasionali venditori e compratori, che dei primi non avevano né l’arte né il ruolo predominante. Spesso, il “mestiere di mercante” era svolto dai servi del monastero che “esportavano” oltre le mura dello stesso i prodotti eccedenti, per venderli direttamente ai consumatori finali.
Anche il vino e la birra, prodotta nei monasteri che erano anche territorio di produzioni agricole e artigianali, se eccedevano rispetto alle necessità della comunità monastica erano venduti all’esterno. In questo quadro della vita in Europa, sopravvivevano alcune realtà come Venezia, che nel X secolo, essendo rimasto un porto attrezzato per gli scambi commerciali di alto profilo, teneva ancora rapporti con gli scali commerciali della Grecia e di Costantinopoli.
Pisa, Genova e il ritorno dei mercanti
Ci vollero, però, l’audacia e l’intraprendenza di Pisa e Genova che, dopo le battaglie con le temibili flotte dei saraceni, riuscirono ad aprire, in parte, le antiche strade del traffico marittimo, che era stato “bloccato” dall’invasione musulmana. Sul finire dell’XI secolo, riappaiono timidamente un po’ in tutta Europa alcuni mercanti di professione. Viaggiatori e mercanti, anche se numericamente scarsi e insufficienti, oltre a percorrere le vie marittime, utilizzano quelle di terra e quelle fluviali che, numerose, si offrivano ancora come potenziali strade naturali per trasportare vino, stoffe pregiate o lana.
Nel cuore dell’Europa furono proprio le vie fluviali a diventare cuore dei traffici più importanti. Sulle rive dei fiumi, almeno nei tratti navigabili e verso le foci, oltre ai famosi “castrum”, creati per contenere o difendere la popolazione o una comunità religiosa, si crearono luoghi di concentrazione dei traffici e delle merci. Definiti “portus” o “fauborgs”, avevano la caratteristica di essere luoghi stabili di stoccaggio, scambio e traffico di merci. Gran parte dell’Europa “occupata” dalle genti venute dal grande Nord, per quanto riguarda il suo passato splendore commerciale, ora sembra addormentata in attesa del grande risveglio.
Anche noi, non avendo spunti adatti a scrivere una storia del commercio del vino in coincidenza con questi secoli di imbarbarimento, siamo tentati di sorvolare e andare oltre. Il lungo periodo dalla fine del mondo antico ai secoli del basso Medioevo coincide con una inaspettata crisi del commercio vinicolo, se paragonato a quello che avveniva nel periodo greco-romano o con quello più antico dei navigatori fenici. Durante i secoli bui il commercio non era più l’attività preminente, per le instabilità che non concedevano spazio per gli approvvigionamenti e per la movimentazione delle merci verso i mercati potenziali.
Il vino, non indispensabile alla sopravvivenza o al mantenimento nutrizionale delle popolazioni, anche per via delle difficoltà di trasferirlo verso i luoghi di consumo, attraversava una lunga crisi. Intorno al X secolo, in alcune regioni dell’Europa, e solo nei dipartimenti dove esistevano le cosiddette “città monastiche”, veniva garantita una certa sopravvivenza delle attività mercantili; così anche per il vino, che tornava a essere prodotto in molte zone, soprattutto nelle terre vocale alla viticoltura, e che si trovavano lungo il corso dei fiumi. Considerate “città franche”, queste realtà monastiche disponevano di vere e proprie strade commerciali, definite in gergo amministrativo “strade dei mercanti” di vino, degli osti o riferite alle altre corporazioni artigiane o agricole.
Le corporazioni mercantili
I mercanti, tornati in auge, anche se in numero limitato, al momento di intraprendere i loro viaggi sentivano il bisogno di associarsi in “corporazioni” o “consorterie”, chiamate “gilde”, “anse”, o “confraternite”. Queste corporazioni non si scioglievano al ritorno, ma cercavano di costituire corpi permanenti, legando l’uno all’altro i “confratelli mercanti”. Senza alcun incarico o mandato ufficiale, i componenti di ogni gilda locale crearono una sorta di pubblico potere che li guidasse, e poiché i loro interessi coincidevano con quelli dei loro concittadini, ebbero carta bianca.
A partire dall’XI secolo, le corporazioni dei mercanti si identificarono come una specie di amministrazione municipale, tollerata ma non riconosciuta ufficialmente. Nelle località dove preferivano affluire i mercanti, cominciarono ad apparire delle vere e proprie “consorterie mercantili” che si autodefinivano, appunto, anche “municipali”. Sarà verso la metà dell’XI secolo che un nuovo termine commerciale (bourgeois) apparirà anche nelle scritture pubbliche e private. I vescovi, che dovevano risiedere forzatamente nelle città stabilite come loro sedi dal potere papale, avrebbero voluto conservare tutta la loro autorità, un po’ per l’interesse della Chiesa, ma molto per il loro tornaconto e soprattutto per l’accrescimento del loro potere.
Per questo vedevano con sospetto le rivendicazioni degli strati sociali più abbienti e il consolidamento del potere dei nuovi mercanti. L’autonomia e la libertà d’azione anche gestionale erano pretese dalle corporazioni mercantili. Verso queste “consorterie” la Chiesa nutriva una palese avversione e considerava “immorale” e privo di etica il mestiere del mercante.
Diritti e privilegi
Per salvaguardare i diritti acquisiti nel corso della loro storia passata, specie in alcune realtà europee, le corporazioni mercantili, soprattutto sul finire del secolo XIII, cercarono di consolidare sempre più il loro potere.
Erano talmente forti e audaci queste libere consorterie che nel 1461 Federico da Montefeltro, con l’assedio di Fara, nel cui comprensorio c’erano i possedimenti dell’Abbazia di Farfa, volle porre fine al predominio mercantile della Consorteria arti e mestieri, nata sulla fine del VII secolo all’ombra delle mura dell’antica abbazia benedettina, dove si incontravano i mercanti e i sensali provenienti dall’Italia centrale. Costoro erano abili nel contrattare la vendita delle proprie merci, o prenotare in anticipo, oltre al pregiato olio, centinaia di “caratelli” di vino della prossima vendemmia per barattarli con altre merci come i cereali della pianura alto tiberina.
Un grande merito
Sarà per merito di queste corporazioni e di altri grandi professionisti del mercato che si comincerà a sentire nell’aria il profumo di nuovi trionfi per la bevanda bacchica. Gli italiani, insieme a spagnoli, tedeschi e portoghesi, saranno, pur se con alti e bassi per via di guerre e “pestilenze” varie, i padroni dei destini commerciali del vino, anche se per un breve periodo del basso Medioevo.
Possiamo anche azzardare l’ipotesi che a garantire una certa continuità negli scambi commerciali, anche se ridotti e sporadici, che avrebbero favorito anche il vino, più che gli umbrosabini della Consorteria, negli ultimi secoli del I millennio e nei primi di quello successivo, saranno i grandi professionisti internazionali del mercato, e soprattutto i fiorentini con le varie Compagnie che avevano nomi illustri di marcatori, banchieri, “mercanti” sopraffini come i Medici, i Peruzzi e i Frescobaldi.
Il vino in Piemonte
Se in Europa, in generale, erano questi gli scenari mercantili del vino, vediamo cosa capita in una delle zone vitate dell’Italia del Nord: il Piemonte. “Sia per l’introduzione del mosto, sia per quella del vino ormai maturo, entro le mura cittadine, – come narra Anna Maria Nada Patrone in “Il Cibo del ricco e il cibo del povero” – la normativa statutaria è complessa: in genere si doveva denunciare agli ufficiali competenti la precisa quantità di vino imbottato, il numero delle botti colme di proprietà di ogni singolo produttore, in quanto era costante e permanente il divieto di introdurre vino forestiero o uve forestiere per la vinificazione. (…)
Il vino di produzione locale era generalmente esente da gabelle e da dazi purché fosse destinato all’autoconsumo del produttore. Se invece il vino era destinato alla vendita, al minuto o all’ingrosso, pagava dazi variabili a seconda della sua quantità e, frequentemente, anche a seconda della sua qualità, sia che i dazi fossero gestiti direttamente da incaricati del comune, sia che fossero stati dati in appalto. Vengono specificate le varie tariffe per ogni tipo di vino, a meno che non fosse agresto, in quanto questo era esentato da ogni imposta: si fanno differenze abbastanza notevoli tra il `vinus purus’, il `vinus miscatus’ o `mistus vel Loira’, il `vinus linphatus’, la cui vendita era però controllata ovunque. (…)
Il vino al dettaglio era venduto dai produttori o dai mercanti veri e propri, che per mestiere facevano questo tipo di commercio, ma anche da venditori occasionali. In tal caso, del tutto straordinario, dovevano ottenere licenza dall’appaltatore della gabella del vino. Al minuto poteva ancora essere smerciato dagli `hospites’ o `hospitae’ o `albergatores’ o `caupones’ nelle loro locande o trattorie, di cui si fa cenno abbastanza raramente nei documenti ufficiali comunali, se non in genere per ribadire disposizioni abbastanza ovvie, quali quella di fornire vino, derrate e biada per i cavalli `ad iustam mensuram’. Dal secolo XIV sembra che abbiano iniziato ad essere attivate anche `taberne’ mobili, che potevano spostarsi facilmente da luogo a luogo, forse composte quasi unicamente da contenitori per il vino indicati specialmente in questo caso con il lemma `taberna’ che sostituisce il solito `carraria’ o `arbia’.
Il proprietario probabilmente trasportava le botti sopra un carro, specialmente in occasione di feste campestri o durante i lavori agricoli, ovunque ci fosse occasione di un qualche aggregamento di persone che necessitasse di essere ristorato o volesse fare festa”. Come si può constatare il vino era in realtà notevolmente diffuso, ma praticamente si conoscevano pochi vini a denominazione particolare e questi erano destinati per lo più a usi profilattici o a banchetti di élite.
Tuttavia sembra di poter affermare con sicurezza che il consumo del vino, negli ultimi secoli del Medio Evo, dovette essere abbastanza notevole nell’area pedemontana, anche perché era quasi l’unica bevanda stimolante antisettica, energetica, ad alto valore nutrizionale allora conosciuta; inoltre era l’unica forma di evasione da un mondo povero di altri tipi di distrazione. Se il consumo era ragguardevole i traffici commerciali si limitavano a zone ristrette e non si può in questo caso parlare di strade mercantili.
Piccolo e grande commercio
A proposito del periodo mercantile riferito ad alcuni secoli del basso Medioevo, possiamo scrivere che si realizzarono e consolidarono con differenti fortune distribuite in diversi periodi due tipi di commercio. Quello piccolo, locale e minuto, praticato da venditori spesso inesperti, analfabeti e vittime di ricatti da parte delle regole dei Comuni, delle Corporazioni e della Chiesa, e quello invece ad opera di mercanti di professione che facevano parte delle Compagnie del commercio internazionale, avvezzi alle mutevoli esigenze del mercato e delle singole fasce di consumatori.
Questi disponevano di sicure fonti di approvvigionamento di materie prime, che con riferimento al vino avevano il “marchio virtuale” di una qualità garantita, almeno all’origine, che si trasformava in base alle ricorrenti “alchimie” dell’annacquamento e della più ordinaria “arte del taglio” con vini spesso mediocri se non al limite della legge.
L’Italia “imprenditoriale” – e con essa le varie culture che si erano succedute sul suolo della Penisola dal tempo della Magna Grecia – che, specie in coincidenza con il dominio di Roma, aveva regnato sulle vie mercantili di terra e di mare nel vasto Impero, sul finire del Medioevo avrebbe finito con il ripiegarsi su se stessa. Il “capitalismo mercantile”, che interesserà anche il vino come pretesto per affari lucrosi, a partire dal secolo XVI, avrà un nuovo baricentro: il cuore dell’Europa nord-occidentale.







