Le rotte del vino: 8. L’Italia e il «made in Italy»
Il quadro italiano
Di Aldo Quinto Lazzari. Capitolo 8 di 8 di «In viaggio lungo le rotte del vino».
Tornando a parlare dell’Italia, dobbiamo fare un quadro, quanto più rigoroso, della situazione economica e sociale nell’arco degli anni che vanno dalla fine del XVIII secolo fino ai primi decenni dell’ultimo dopoguerra. Abbiamo scorso le cronache, riferite alle condizioni dei vari strati della popolazione con i riflessi sul sistema produzione, commercio e consumo del vino.
Verso la fine del XVIII secolo, infatti, l’inglese M. Collier Galletti de Chadilhac scriveva (1886) che in Italia “il vino è un lusso raro”. Come si può conciliare questa affermazione con il fatto che in Italia comunque si producessero tanti milioni di ettolitri, anche se in maggior parte si trattava di vini mediocri.
Purtroppo, è nostra impressione che molti, se non tutti, abbiano con leggerezza riportato concetti e dati discordanti tra loro, tali comunque da non rendere sempre affidabili le informazioni. In verità anche nel caso in cui si parla di “esteso” uso del vino è utile precisare che per buona parte dell’anno, almeno fra i contadini, si consumano “l’acetella” e il “picciolo”, detto anche vinello o acquaticcio; il primo è un miscuglio di acqua e vino spunto o acescente, il secondo è una bevanda ottenuta dalla fermentazione delle vinacce in acqua.
Stime contraddittorie
Leggiamo da “L’alcool e la classe” di M. Figurelli: “Per terra, accanto dove mangiano (i contadini) hanno l’orciolo di coccio pieno d’acqua fresca; ma se vicina ci sta la caraffetta del vino: è vino guasto, che sa di forte o di legno, è cotto, è torbido, cattivo, fa ribrezzo come l’aceto. Ne versano tre stille, tre: e nel bicchiere, ma lo bevono per pregiudizio, senz’acqua”.
E in un altro saggio sempre il Figurelli contraddistingue il consumo di vino (intorno al 1915) in due fasi delle quali la prima, precedente alla guerra commerciale con la Francia, contrassegnata da un regime di alti e bassi consumi, la seconda con una tendenza inversa, per immissione sul mercato interno di grandi quantità di vino, che in precedenza trovavano invece la via dell’esportazione. D’altro canto alcuni passi della pubblicazione, curata dal ministero dell’Agricoltura, industria e commercio del 1892, e l’Annuario statistico del 1900 vengono ripresi da Italo Giglioli per sostenere la tesi che anche il consumo di vino, al pari degli altri alimenti fondamentali, subisce negli ultimi anni del XIX secolo un ridimensionamento.
Nel 1890 il consumo annuo pro capite era stabilizzato attorno ai 95 litri; all’inizio del Novecento le statistiche ufficiali parlano di 91 litri, stima che il Giglioli ritiene però “esagerata” anche se in effetti l’Annuario statistico del 1904 dimostrerebbe un notevole balzo in avanti nel consumo pro capite di vino: dai 95 litri del 1899 a 120 del 1902.
Si beve più in città
Di fronte a queste contraddizioni nelle stesse stime dell’epoca, un dato certo è che “nelle città e nei comuni di maggior importanza si beve più che nelle campagne”. Se ciò ha di sicuro un valido fondamento nella maggiore disponibilità di denaro necessario per frequentare le osterie, e in generale per i più alti tenori di vita delle città, va tuttavia verificato in termini relativi alle varie storie sociali. In genere, le indagini e le statistiche risultanti sono desunte dalle cifre dei dazi di consumo a cui è più difficile sfuggire nel contesto delle vendite urbane. In ogni periodo è comunque interessante analizzare la molteplicità delle “funzioni” che il vino assume tra le classi popolari.
Nel 1868 c’era chi sosteneva che “con un buon bicchiere di vino nello stomaco l’operaio può anche fare a meno di qualche libbra di pane”. Uno studio del 1911 ritorna sull’argomento a proposito dei contadini pugliesi che in occasione dei grandi lavori agricoli ricevono abbondanti quantità di vino (circa 2 litri e mezzo al giorno), e cipolla e aglio a piacere per “stimolare” le forze.
Diverso invece appare l’atteggiamento verso il consumo del vino da parte degli imprenditori industriali, e tale tendenza si manifesta fin dal 1878 quando la commissione d’inchiesta sugli scioperi richiama “l’attenzione del governo e del Paese sulla malefica influenza che il moltiplicarsi delle bettole esercita sulla condotta e sul carattere degli operai”, soprattutto quando la socializzazione delle osterie significa acquisizione di una coscienza di classe o “intiepidimento dell’amore al lavoro”.
Considerazioni tratte da una inchiesta del ministero dell’Interno del 1986 “Sulle condizioni igienico-sanitarie del Regno”. Comunque le ricerche su questi argo-menti sono a livelli embrionali, la storiografia italiana mostra profonde lacune e ampi campi di studio restano aperti per verificare, all’interno di realtà determinate, tutta una serie di problematiche legate al consumo di vino.
Vino toscano di qualità
A sollevare, o risollevare, le sorti del vino “italico”, memori delle presunte glorie dei vini “imperiali”, ci volle l’impegno nel settore vitivinicolo di proprietari più attenti alle sorti delle proprie tenute, in particolare di quelle del Piemonte e della Toscana. Si iniziò a importare nuovi, selezionati vitigni, e si cercò, soprattutto, di migliorare le tecniche di vinificazione. Per rispondere alle nuove esigenze del mercato non solo interno, ma anche internazionale, si andava consolidando la filosofia del vigneto specializzato, rimasto sconosciuto, salvo rare eccezioni, nelle campagne italiane durante tutto l’Ottocento. Vale la pena di leggere alcuni documenti ufficiali del 1896 come “Notizie e studi intorno al Vino…” del ministero Agricoltura industria e commercio. “Nel secolo XIX, i tentativi di commercializzare su più vasta scala il vino toscano si fanno più pressanti con la discesa dei prezzi agricoli posteriore agli anni Venti.
I proprietari terrieri devono affrontare, nei confronti del vino, una lunga crisi di sovrapproduzione che li colpisce anche in qualità di commercianti, e commercianti di grosse quantità. Il mercato interno, già troppo limitato per il comune vino da tavola, era ancora più difficile per i vini di qualità superiore. In qualche misura lo sbocco era assicurato dal consumo delle città. Molte famiglie nobili, ma anche borghesi proprietarie di fattorie, avevano nelle città principali la loro cantina per la vendita al minuto del vino migliore.
Ma, nonostante questo sbocco, in anni abbondanti si faceva fatica a trovare acquirenti”. Non desta meraviglia, dunque, che i grandi proprietari terrieri si assumano in prima persona il compito di trovare il modo di avere dal vino un buon introito annuale”. I tentativi svolti a partire dagli anni Venti si concentrano in più direzioni. La prima è quella della creazione di vini toscani di migliore qualità. In questo ambito, si opera una selezione dei vitigni più idonei alla creazione di vini con caratteristiche standard per quanto riguarda la gradazione alcolica, il colore, il bouquet. Il barone Bettino Ricasoli si distingue nella valorizzazione del vino toscano con una attività caratterizzata dalla migliore tradizione vitivinicola chiantigiana, con una innovazione che guarda con particolare interesse alla esperienza dei vignaioli francesi.
L’interesse dei proprietari di vigneti specializzati, che producono un vino di qualità all’altezza di competere sui mercati, contrasta con quello dei mezzadri, che “non pensano né in termini di mercato internazionale, e neppure fiorentino o senese”. Questi ultimi riservavano per sé tutto il loro vino migliore, e vendevano il rimanente sui mercati locali. Gli acquirenti, vista la qualità dei vino, quando i prezzi cominciavano ad aumentare, disertavano il mercato facendo a meno del vino. Molti, sia mezzadri, sia piccoli produttori, erano più interessati alla quantità che alla qualità del vino prodotto.
Ma la qualità e il plusvalore, oltre alla fama acquisita dai vini toscani (sempre secondo il ministero), furono il risultato “delle lunghe esperienze di Ricasoli in primo luogo, ma anche di altri proprietari quali il marchese Albizzi e l’Antinori. La Toscana fu giudicata la prima fra le regioni d’Italia a produrre il vero tipo di vino rosso da pasto, come appunto oggi lo richiedono il gusto dei consumatori e le esigenze del commercio vinario”.
I pionieri del “made in Italy”
Il problema più evidente era la ristrettezza degli orizzonti mercantili, verso i quali si potevano rivolgere i pochi ardimentosi “toscani” che sfidavano la tradizione che aveva visto il vino di quella regione solo come merce per il consumo locale. Sarà soltanto verso la metà dell’Ottocento che questi pionieri tentano con successo, anche se in via sperimentale, di effettuare una serie di spedizioni marittime di vino “made in Toscana”, non solo in parte dell’Europa, ma anche verso Paesi lontani come Usa, Brasile ed Egitto. Si cantava vittoria per essere riusciti a esportare non solo una certa quantità di vino, ma anche a promuoverne l’immagine resa fiacca o inesistente, data la situazione che abbiamo descritto. Già intorno al 1835, anno disastroso per il crollo dei prezzi del vino, alcuni signori toscani della terra si organizzano in una Società enologica toscana. Una specie di “corporazione commerciale” che cerca di conquistare nuovi adepti per promuovere insieme l’immagine del vino nel mondo, e soprattutto venderlo bene per rendere finalmente più remunerativa l’attività vitivinicola e soprattutto più competitiva la commercializzazione.
Alla conquista dei mercati
All’inizio erano solo i proprietari a interessarsi della commercializzazione. Bisognerà attendere gli ultimi decenni del XIX secolo perché la scena mercantile in Italia veda impegnati “mercanti” professionisti e specializzati, che definire in modo spiccio solo mercanti è fare un torto a personaggi come quelli che leggiamo in “Annali dell’Agricoltura” del 1884, editi dal ministero: “Compaiono allora figure di grandi mercanti di vini, come quella di Cesare Caselli che a Rufina dal 1870 lavora e commercializza vini prodotti nel circondario, di Luigi Laborel-Melini, produttore e negoziante di vini suoi ed altrui a Pontassieve, e di Ilario e Leopoldo Ruffino, che fondano nel 1877 la Società Chianti Ruffino, sempre a Pontassieve”.
Sorvoliamo fino al 1914, per leggere su una pubblicazione ministeriale (“I Vini Italiani”) che la Toscana “con i suoi vini da pasto ha conquistato tutti i mercati nazionali e molti di quelli esteri; il vino toscano, difatti, per il gradevole profumo, per il colore vivace, per il sapore pieno di grazia, ed anche per la forma speciale dei recipienti in cui si commercia (i fiaschi), ha incontrato dappertutto le maggiori simpatie”. Determinante sarà la scelta di stabilire una definizione, anche se non codificata, dei vini tipici toscani e delle loro origini geografiche, di massima.
Purtroppo il successo sui mercati nazionali e internazionali del vino Chianti porta ben presto a un abuso del nome, soprattutto all’estero. Solo con le codificazioni di legge attuate oltre la metà del XX secolo si cercherà di porre un freno agli abusi. In Toscana, oltre al Chianti, erano già emersi a cavallo tra il XIX e il XX secolo altri vini, come il Carmignano, il Rufina, il Pomino e il Vino nobile di Montepulciano. Un altro vino, di più recente scoperta, diverrà famoso nel mondo e sarà conteso nei più prestigiosi circuiti mercantili: il Brunello di Montalcino.
Appare chiaro e indiscutibile come la Toscana fin dal basso Medio Evo appaia come la regione italiana più specializzata nel commercio del vino. Meritano una certa attenzione anche alcuni vini del Mezzogiorno, come il Greco di Calabria, il Lacryma del Vesuvio e i bianchi d’Ischia. Questi si ritagliarono una nicchia privilegiata diventando i vini prediletti nel mercato europeo e presso le tavole della nobiltà italiana. La viticoltura del Nord Italia si era da tempo adeguata ai mutamenti del gusto dei consumatori.
Il vino «made in Italy» oggi
Scegliamo, di proposito, di non affrontare il mercato e il relativo consumo del vino “made in Italy” in tempi recenti e nella realtà attuale. La sua predominanza sia sul mercato in Italia, sia in gran parte nel mondo globalizzato compete con i grandi cru di Francia, cancellando di colpo, in poco meno di un quarantennio, l’immagine non certo esaltante che il nostro vino si era conquistata navigando tra gli alti e bassi delle sue valenze qualitative.
Attualmente il vino italiano ha mille strade disponibili, via terra, via mare e via cielo, per raggiungere i potenziali clienti sparsi nei vari continenti. Non illudiamoci, però, che non ci siano più “guerre” segrete tra competitori. Anziché battersi a suon di arrembaggi e atti di pirateria come accadeva al tempo dei Fenici, degli Ellenici o dei Romani, oggi le competizioni avvengono sul terreno più insidioso del mercato globalizzato.
Oggi non si chiamano più “cantinieri” o “mercanti” i protagonisti della nuova era mercantile. Ci sono i “winemaker” e gli abili “marketing manager” o i “promoter”, che si battono tra loro nella virtuale guerra che li vede impegnati quotidianamente per creare il prodotto giusto o per portarlo sul mercato, attivando tutte quelle strategie che sono materia determinante della moderna scienza del marketing vinicolo.







