ENOCULTURA

    Le rotte del vino: 5. Il vino di Roma

    L’espansione romana

    Di Aldo Quinto Lazzari. Capitolo 5 di 8 di «In viaggio lungo le rotte del vino».

    Nel 264 a.C. Roma governava, o erano a essa assoggettati, tutti i territori della penisola italica compresi fra la direttrice Pisa-Rimini a nord e la punta della penisola a sud. Il territorio abitato da cittadini romani comprendeva la maggior parte del Lazio e alcuni distretti dell’Etruria e della Campania, fino a Cuma, verso la costa tirrenica; sull’Adriatico il Piceno; nell’interno il territorio della Sabina reatina e in parte quella romana, le cui strade assicuravano la comunicazione diretta tra le coste dei due mari.
    I confini dello stato non erano ben definiti; all’interno erano insediate varie popolazioni alleate che formavano piccoli stati indipendenti. Degno di nota, per comprendere quale potrà essere lo sviluppo mercantile dei prodotti della terra, con in testa il vino e il grano, è il fatto che un così vasto e complesso agglomerato di popoli fosse guidato, in pratica, da poche decine di famiglie che costituivano l’aristocrazia politica ed economica della comunità romana. Mentre si sviluppava la grande proprietà, i ceti privilegiati della società romana andavano impossessandosi del demanio agricolo, assorbendo anche molti poderi minori dei piccoli coltivatori.
    Da questi fatti emergeva una graduale, inarrestabile decadenza della piccola proprietà. Molti piccoli proprietari di aziende agricole e anche reduci di guerra che avevano ricevuto un piccolo podere come “premio al merito militare” cercavano di venderle ai ricchi proprietari, magari confinanti, preferendo cercare fortuna in città. Si assistette così allo spopolamento della campagna, con drammatiche conseguenze sulla disponibilità di prodotti, necessari non solo alla sopravvivenza di larghi strati della popolazione ma anche per poter avviare un vero e proprio commercio. Il “nichilismo” che caratterizzava la piccola e media azienda agricola e contadina determinò l’incapacità di intraprendere, in modo professionale e determinante, la strada della produzione specializzata, per potersi inserire proficuamente nel circuito mercantile e diventare, un po’ alla volta, artefici e protagonisti dell’economia di mercato.
    Se i reduci vendevano i loro miseri poderi, i grandi proprietari accorpavano terre senza fare un corretta politica di sviluppo per produrre il necessario al mercato. A tale proposito, Catone ci descrive una sua azienda agricola, evoluta per quel tempo, che disponeva di un vigneto di 100 iugeri e un oliveto di 240. Non si trattava, anche in questo caso, di una realtà produttiva specializzata per le due colture (vigna e oliveto). Siccome la cerealicoltura rivestiva un rilievo di una certa importanza, anche Catone permise una promiscuità colturale, la stessa che era praticata in tutta l’economia agricola della penisola, comprese le aziende di grande dimensione, create per le esigenze del mercato.
    Si seminavano, infatti, grano e cereali in genere, oltre ad altre colture vegetali fra i filari delle vigne, mentre era diffusa la coltivazione della vite appoggiata agli alberi. La scelta della coltura promiscua si connetteva all’obiettivo di sfruttare al massimo il terreno e, soprattutto, la forza lavoro. Forse questi, ed altri elementi, determinarono l’impoverimento della vitivinicoltura nei territori sui quali dominava Roma.

    Una ventata di modernizzazione

    L’Italia nei primi tempi della Repubblica fu una terra di piccoli agricoltori intenti a produrre i mezzi di sussistenza per sé e per le proprie famiglie, e forse un piccolo surplus da vendere nella città più prossima, se si riusciva a trovarne una convenientemente vicina. Ma illuminati politici e uomini che avevano il pallino del mercato e delle libere economie portarono una ventata di modernizzazione che privilegiò un intelligente sviluppo dell’intero comparto agricolo e delle produzioni relative.
    Tutte queste circostanze, la vastità dell’Impero, la fine dei disordini e delle sollevazioni, cui bisogna aggiungere il mantenimento di una moneta stabile e sana, ebbero come effetto uno stimolo eccezionale della vita economica in tutti i suoi campi. Il mondo agricolo e i suoi protagonisti, con le prime coltivazioni e produzioni specializzate, intuirono una rinascita e una stabilità economica, immaginando che il vino, protagonista di affari d’oro per molti Paesi produttori nel Mediterraneo, diventasse anche per Roma un facile mezzo per favorire un importante sviluppo commerciale.
    Strade efficienti e funzionali trasporti su ruota collegavano i vari luoghi di produzione: dalle Alpi fino a Linz oppure, passando per Siscia e Poetovio, fino a Carnuntum; da Milano ad Augsburg, attraverso Bregenz, da Torino a Lione, e di qui fino alle sponde della Manica, e a Magonza e Colonia; da Efeso, attraverso Tralles e Laodicea, fino ad Apamea sul Meandro e così via. Molte strade, come quelle di alcune zone vinicole della Spagna, erano state costruite esclusivamente per soddisfare esigenze mercantili, agevolando i carriaggi che trasportavano le celebri anfore piene del rosso vino della Betica.
    Nel contempo una maggiore sicurezza nei viaggi marittimi attraverso il Mediterraneo e in quelli fluviali stimolava il commercio. Da Alessandria d’Egitto si poteva contare di raggiungere Roma in poco meno di una ventina di giorni circa e, in condizioni meteorologiche favorevoli, di raggiungere Pozzuoli in soli nove giorni. Dalle coste spagnole del nord a Ostia erano necessari sette-otto giorni, e dalle coste egiziane all’isola di Creta poco più di tre. Attraverso i diritti doganali, e con i proventi dei dazi portuali, lo stato partecipava ai profitti del commercio e, al tempo stesso, disponeva dei mezzi per finanziare la costruzione e la manutenzione dei porti.

    Alla ricerca di nuove strade

    Gli imperatori mostrarono interesse alla ricerca di nuove aree di commercio sulle quali far passare il vino d’Enotria, anche sfidando i pericoli che si potevano incontrare, percorrendo per esempio la primitiva via della Seta che giungeva nel cuore dell’Oriente passando per il più importante crocevia di traffico mercantile tra Occidente e Oriente, che era la città di Zeugma, nell’alta Siria.
    L’imperatore Augusto garantì a Roma alcune posizioni strategiche d’importanza rilevante per i traffici mercantili, stabilendo, ad esempio, un vero e proprio protettorato romano in un punto del Mar Rosso: una via obbligata per il commercio con il Sudest. Attraverso questo passaggio vi fu un eccezionale incremento dei traffici con l’India. Roma diventò attiva nello stabilire punti di controllo sulle vie del traffico mercantile, cercando anche, con la sua potenza e determinazione, di indebolire gli eventuali controlli che potevano essere esercitati da altri popoli.
    Fu il “protezionismo” di Roma, in ogni angolo del Mediterraneo e oltre anche verso l’Europa del Nord, a favorire, oltre che lo sviluppo della vita economica, dando un sostanziale e determinante aiuto alle imprese commerciali, anche la produzione e l’esportazione, su grande scala, dei prodotti tipici, a cominciare dal vino. Le aziende agricole, ma anche le “fabbriche” di anfore e “botti”, assumevano dimensioni di rilievo. Alcune avevano oltre 100 operai specializzati. Vaste e tecnicamente attrezzate erano anche molte fattorie agricole a monocoltura, che producevano esclusivamente vini destinati al canale commerciale. Cominciano a essere preferiti e agevolati tutti i prodotti agricoli destinati, soprattutto, al mercato esterno: una vera e propria attività promozionale a favore dell’export.
    Favorendo la vendita dei prodotti verso mercati lontani, si avvertiva per la prima volta una certa crisi da parte della popolazione, che non trovava più con facilità alcuni prodotti sulle bancarelle dei mercatini locali. Tutto il mondo produttivo agricolo sottomesso alle leggi di Roma organizzava ogni sua attività soprattutto per soddisfare le esigenze dell’esportazione. Vini sempre più complessi, strutturati e di variegate tipologie erano preferiti dai mercanti, ma anche alcuni vini “modesti”, utili per completare la gamma delle offerte con più prezzi, derivanti, in parte, da costi differenti all’origine. In molte aziende agricole, che sarebbe più giusto definire vitivinicole, si installano attrezzature sempre più “sofisticate” per quel tempo, funzionali ai vari scopi come la pigiatura, il travaso e il riempimento delle giare di stoccaggio o delle anfore e altri contenitori destinati al trasporto, via terra e via mare.
    Si organizzano magazzini attrezzati e veri e propri reparti di spedizione, tenuti in ordine con l’apporto di schiavi ma anche di manovalanza indigena, specializzata nei singoli lavori. Non si sa ancora con certezza matematica quanti vini si producessero nella grande vigna dell’Impero romano. Atteniamoci, quindi, solo alle ipotesi che avanza Plinio nella sua “Storia Naturale”. C’è una forte discordanza tra i numeri forniti da questo autore (80 e 185); il primo numero in realtà potrebbe essere riferito ai più famosi o riconosciuti come tali, il secondo ai vini in generale di cui si aveva notizia. In realtà i vini erano solo una ventina, anche se ne sono elencati di più, descrivendone in parte anche il vitigno e le specificità organolettiche, alle quali dovevano fare riferimento i protagonisti dei traffici, più seri e affidabili, veri dominatori del mercato del vino sotto l’Impero.
    Tra questi, i vini più famosi e richiesti dai consumatori si potevano contare sulle dita di una mano. Elenchiamoli solo per curiosità, non certo come elemento statistico con riferimento al mercato: Falerno, Statanio, Calenio, tre tra i migliori della penisola, poi il Cecubo, il Retico e il Mamertino. Ma tutti i vini italici, anche i migliori, dovevano competere sul mercato con i celebri vini di Chio, di Taso e di Lesbo, per non parlare dei vini spagnoli, tra i quali i Tarraconensi.

    Il Falerno e i vini della Campania

    Nello scenario della produzione italica, erano la Campania, ad esempio con il Falerno, e in parte il Lazio a fare la parte del leone, in quanto i vini di queste regioni primeggiavano non solo nei consumi interni tra le famiglie benestanti, ma anche presso le acculturate popolazioni che si affacciavano sul mercato internazionale del vino. Centri di smistamento dei vini provenienti dalle altre parti dell’Italia erano stati creati in alcune zone dell’Italia del Nord ad opera di commercianti altamente specializzati.
    Questi ultimi si occupavano di riesportare in tutta le regioni settentrionali d’Italia, e anche oltre i confini, sia i vini locali, sia quelli provenienti dal centro-meridione della Penisola. La fama dei vini italiani aveva raggiunto anche i mercati del Medio ed Estremo Oriente. Sono state infatti trovate tracce su anfore vinarie che testimoniano la provenienza del vino dall’Italia ad Alessandria d’Egitto e perfino ad Axum. Anche dall’India settentrionale, raggiunta da traffici terrestri e via mare, giungeva la richiesta di vini italiani.
    In conseguenza di ciò si crearono in Italia delle vere imprese per l’esportazione, che seguivano anche gli sviluppi del comparto produttivo per garantirsi sulla qualità e sugli approvvigionamenti. Nonostante Roma, e in questo caso l’Italia, avesse i numeri per dominare in assoluto i mercati con i suoi vini d’origine, altri protagonisti resistevano alla concorrenza dei mercanti italici. Erano i vini dei territori che si affacciavano sul Mediterraneo a essere spesso vincenti sul alcuni mercati. Non bastava il protezionismo di Roma: con la loro qualità, vera o presunta, i vini siriani, di Cipro e delle isole greche spesso vincevano la loro battaglia sul campo della domanda e dell’offerta ed erano consumati anche su alcune tavole raffinate della stessa Roma.
    L’Asia Minore, in genere, inviava all’estero eccellenti vini in quantità sufficiente a soddisfare la domanda delle regioni orientali e nordorientali. Di tanto in tanto una certa quantità di questi giungeva anche in Italia, per via di accordi di scambio, visto che vini italici, facilitati nel loro “cammino”, arrivavano su molte tavole di tutta l’Asia Minore. I benefici del regime imperiale, col passare del tempo, erano avvertiti più chiaramente in Occidente che in Oriente.
    La Sicilia manteneva intatta la sua fama di privilegiato “magazzino di Roma”, tanto che alcuni vini, a eccezione dei pochi consumati sul posto, venivano portati a Roma. In Sicilia, soprattutto nei vigneti che godevano del suolo vulcanico dell’Etna, si producevano vini generosi e di grande qualità. Nella Gallia, alcune terre erano fertili e vi si praticava una coltivazione intensa. Nella parte meridionale, che si estendeva anche a nord, la viticoltura specializzata era stata ripresa con successo. Il vino era sufficiente non soltanto a coprire la domanda interna, ma veniva esportato vero l’Europa del Nord, e perfino in Irlanda. I vini della Gallia “conquistarono” anche Roma, come è documentato da numerosi frammenti di anfore vinarie.
    La Britannia, ricca ed evoluta, non aveva una sua struttura commerciale efficiente, tanto che i vini per il mercato interno venivano movimentati da commercianti stranieri. Il vino spagnolo incontrava favori a Roma e anche in molte zone della penisola. Il vino spagnolo veniva però anche da altri centri, per esempio da Tarragona e dalle isole Baleari. In ogni regione esisteva, con tecniche più o meno progredite, una grande produzione di vino rispetto ai bisogni locali, vino che alimentava una fiorente esportazione.

    Incremento della logistica

    I prodotti agricoli dei territori entro i confini dell’Impero, fatta eccezione di quelli che venivano incamerati dallo Stato come tasse pagate in natura, alimentavano, in modo sempre più consistente, le correnti del commercio alimentare. Tra questi prodotti un ruolo importante era svolto da tutto il surplus della produzione vinicola.
    L’aumento non sempre controllato della produzione, specie in coincidenza con le annate favorevoli, per essere avviato verso i mercati anche lontani, dove la richiesta era maggiore, comportava un aumento dei traffici che richiedevano un considerevole incremento della logistica, per far fronte all’intero apparato commerciale. Ne beneficiavano non solo i grandi porti di mare, come quello di Alessandria che sotto l’Impero di Roma era diventato un centro mondiale del traffico mercantile, ma anche importanti snodi della penisola italica.
    Tra questi Pozzuoli e Ostia, ma anche la nordica Aquileia, e quelli di fuorivia come Marsiglia, Tiro, Gades (Cadice) ed Efeso. Si assisteva a un fiorente commercio anche nei porti ricavati nelle anse dei fiumi, dove transitavano barche di un certo tonnellaggio, costruite per le esigenze della navigazione fluviale, adatte a trasportare carichi, spesso con un numero impressionante di anfore vinarie. Ma non erano escluse da questo benessere commerciale alcune città dell’interno, lontane quindi dalle vie tradizionali del traffico attivo: Roma, Cordova e Lione in Occidente e Antiochia e Damasco in Oriente.
    Se i grandi mercanti che controllavano gli affari più remunerativi, sebbene più rischiosi, impinguavano le proprie borse, anche i piccoli o marginali venditori di alimenti e di vino, che formavano la rete disarticolata del piccolo commercio, facevano buoni affari, anche perché si rifornivano direttamente dal produttore, rivendendo immediatamente i beni acquistati. C’erano poi anche piccoli mercanti, una specie di “padroncini”, che si cimentavano in traffici più redditizi, affrontando il rischio da imprenditori.
    Comperavano, a volte, una certa quantità di vino, anche fino a 30 o 50 anfore, per rivenderla alle taverne, o a rivenditori nelle città o nei piccoli centri lontani dai luoghi di produzione. La cronaca narra che in ogni parte dell’Impero si manifestavano una vitalità e un’attività eccezionali, che procedevano di pari passo con l’incremento degli scambi commerciali con i Paesi stranieri.

    Una caleidoscopica confusione

    Ancora più numerosi degli occidentali in Oriente dovevano essere gli orientali di origine greca o semigreca in Occidente. Anatolici, siriani, alessandrini, ellenici, palmireni, e forse anche gli eredi dei Fenici, viaggiavano in gran numero non soltanto nei centri dell’Oriente, ma anche in Italia, in Gallia, lungo il Reno, nelle regioni alpine, in Britannia, in Spagna.
    In quanto abili mercanti riuscivano a collocare le proprie merci con tanto profitto da superare gli Italici perfino nella loro patria. Solo i cartaginesi e gli spagnoli del sud, di origine fenicia, riuscivano a controllare i propri traffici con quei popoli cui erano legati da antichi vincoli di consanguineità. Così, nel centro focale della vita economica, commercianti di ogni nazionalità si mescolavano in una caleidoscopica confusione.
    Naturalmente i grandi commercianti dovevano viaggiare personalmente molto poco, limitandosi per lo più a sorvegliare i commerci dalle loro agenzie; tuttavia, di quando in quando, accompagnavano nel viaggio le proprie merci, tanto che Strabone ci narra che “La maggior parte della popolazione di Gades è costantemente in mare.
    L’Italia, la Grecia e la Spagna meridionale si scambiavano i loro vini, l’olio italiano veniva scambiato con quello della Gallia, della Spagna e dell’Africa. `Miscentur sapores… miscentur vero et terrae caelique tractus”‘. In tutto il mondo v’erano una intercompenetrazione e un livellamento delle diversità, a un grado prima d’allora mai veduto.
    Ma venne anche il tempo in cui i moralisti romani di spirito nazionalistico lamentavano: “vincendo vitti sumus; paremus externis” e propugnavano l’abbandono del capitalismo e del lusso e il ritorno all’autosufficienza e all’agricoltura.
    Così, se ci poniamo a osservare i fatti dal punto di vista dell’Impero, possiamo concludere che, a dispetto dei pericoli latenti insiti in un capitalismo troppo spinto, l’industria, i traffici e il commercio nella sua generalità realizzavano il compito che l’imperatore Augusto aveva loro assegnato: “unire saldamente l’impero rendendone possibile la sopravvivenza per i secoli a venire”. Il vino non fu una scusa o una merce qualunque, ma il simbolo di una raffinata civiltà che scriverà ancora pagine di storia.

    Il crollo dell’Impero

    Se lo sviluppo economico, in coincidenza dei primi imperatori, era dipeso in gran parte, oltre che dalla forza dell’Impero, dal mantenimento della pace e dalla floridezza economica creata dall’espansione dei commerci controllati da Roma, è facile immaginare cosa sarebbe successo se parte di queste fondamentali condizioni fosse venuta a mancare. Infatti, l’improvvisa diminuzione di quel benessere borghese che nel II secolo aveva permesso di superare il primo periodo di crisi faceva presagire il declino. Il livello delle attività economiche si era mantenuto quasi inalterato fino al tempo degli Antonini.
    L’alta borghesia, che aveva detenuto il potere economico e il controllo delle attività redditizie, per far fronte agli oneri per un certo periodo ebbe la possibilità di riversare parte di questi sulle spalle delle classi inferiori e sulla media borghesia. Ciò provocò la rivolta dei contadini che mise in crisi soprattutto le attività agricole dalle quali derivava molta parte del reddito dello Stato. Interi territori agricoli in varie regioni dell’Impero furono lasciati incolti, e ciò avveniva non solo in Italia e in Grecia, ma anche in Spagna.
    Questa situazione non poteva durare a lungo senza mettere in pericolo la vita economica e sociale dell’Impero. Era urgente tentare di invertire la tendenza negativa. Imperatori lungimiranti e all’altezza del compito, almeno in teoria, vi si provarono ripetutamente. Nel V secolo, la tempesta annunciata e della quale si erano sentite le avvisaglie sin dall’impero di Marco Aurelio si trasformò in un inarrestabile uragano.
    Alle croniche e sempre meno sanabili inefficienze interne, si aggiunsero adesso i pericoli provenienti dall’esterno. Le frontiere dell’Impero subirono gli attacchi e le susseguenti invasioni di soldataglie ben armate e avvezze alla guerra e alle razzie: il sistema difensivo che aveva garantito a Roma di dominare il mondo fu portato al collasso. Franchi, Alemanni, Vandali, Goti, Sarmati, Persiani, Biemi e le popolazioni della Libia e della Mauritania irruppero nei territori che erano stati il cuore economico dell’Impero non risparmiandone angolo alcuno, Italia inclusa.
    Poco dopo la metà del V secolo l’Impero si disintegrò, in coincidenza con la disintegrazione annunciata, e in parte realizzata, dello stato sociale, dell’economia e soprattutto del potere politico e militare. Con la disfatta di Roma, e la liquidazione del suo Impero, anche il commercio con i suoi protagonisti furono travolti se non annientati. Il vino, che aveva avuto come patria la grande vigna rappresentata dai fertili territori dell’Impero, sia in Occidente sia in Oriente, conobbe la sua infinita stagione di oblio rispetto alle glorie passate.
    Prima dell’auspicata “rinascita”, il commercio del vino conoscerà ancora alti e bassi, spesso vittima di eventi catastrofici e periodi difficili come quelli che coincideranno con le invasioni degli eserciti mussulmani che, secondo alcuni, anche se non bloccarono definitivamente il commercio via terra e via mare, tuttavia contribuirono decisamente alla sua più drammatica recessione. Nelle zone che avevano ospitato per tante stagioni vigne generose di grappoli, in coincidenza delle invasioni “barbariche” si assiste alla parcellizzazione della proprietà terriera per cedere forzatamente agli invasori alcune parti della stessa.
    Gli invasori sono tanti e quindi tutti gli appezzamenti diventano minuscoli fazzoletti di terra. La mancanza di una evoluzione culturale nella coltivazione razionale dei vigneti e la conseguente trascuratezza dei metodi di vinificazione portano un po’ alla volta al decadimento del settore. A detta di molti cronisti delle varie epoche, la civiltà mercantile e l’arte greco-romana di allevare viti e fare vini, nonostante tutto, continueranno, anche se in sordina, a manifestarsi latenti e pronte a rinascere come un’eredità che conquisterà altre culture e popoli, sopravvivendo così alla decadenza generalizzata dell’agricoltura e dei commerci che avevano fatto grande l’economia della Roma imperiale.
    La civiltà “mediterranea”, avendo trovato contrasti e negazioni presso alcuni popoli, come nella Gallia dei Merovingi, dove sopravvisse in parte, sarà distrutta e azzerata dall’espansione inarrestabile dei Mussulmani. Stabilitisi nelle isole Baleari, in Sicilia e a Malta, formarono un’invisibile muraglia che divideva l’Europa occidentale dall’Europa orientale.

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