ENOCULTURA

    Le rotte del vino: 7. L’Europa moderna

    Capitalismo mercantile ed Era moderna

    Di Aldo Quinto Lazzari. Capitolo 7 di 8 di «In viaggio lungo le rotte del vino».

    “Al di là dell’occhio del ciclone degli affari che è l’Europa occidentale, – come si legge in “The decline of the Spain and The Thirty Years War” – al di sopra degli allarmi, delle esitazioni e delle recriminazioni, la pace si diffuse attraverso i sette mari, dal momento che le nazioni volte ai commerci si diedero ad attingere alle risorse del mondo intero, in concorrenza più o meno pacifica fra loro. Nondimeno non si deve ritenere che le attività dell’economia internazionale restassero del tutto subordinate al ritmo tradizionale degli eventi politici; l’importanza di questi ultimi non può essere negata, ma non può condurre a confondere vita politica e vita economica.
    L’andamento dell’economia europea fu però caratterizzato, come quello della politica, da una serie di eventi di rilievo, tra i quali, ad esempio, la varie bancarotte della monarchia spagnola tra il 1557 e il 1597, costituirono turbamenti profondi, che scossero l’economia europea fino alle fondamenta”. La grande spinta economica e commerciale di parte dell’Europa nel XVI secolo, in seguito ad alcuni eventi di questo tipo, iniziò a scemare accusando una flessione causata anche dalla mancanza dell’impeto indispensabile per superare gli ostacoli.
    Il commercio in generale, compreso quello del vino, non era in grado di soddisfare e raggiungere la grande massa di potenziali consumatori. Il movimento mercantile finì gradualmente col dare luogo a discontinuità, tensioni e crisi, che si manifestarono più frequentemente nell’ultimo decennio, con la bancarotta e il fallimento totale di molte compagnie mercantili e di singoli mercanti. Anche in Italia si avvertivano gravi sintomi di un “invecchiamento” dell’economia, che stentava a raggiungere il progresso necessario per far fronte alle mutate esigenze del “nuovo” mercato internazionale. Nel XVII secolo, l’avvento della internazionalizzazione dei mercati vedeva protagoniste alcune grandi compagnie mercantili, come la Compagnia olandese delle Indie Orientali.
    Solo chi era competitivo, non solo dal punto di vista produttivo ma soprattutto nei traffici marittimi e terrestri, poteva affrontare serenamente il mercato. Erano pochi a dominare i mercati più importanti, e soprattutto a poter scegliere quelli più remunerativi. Amburgo, ad esempio, con il suo porto commerciale manteneva, quasi in esclusiva, i rapporti tra il Baltico e il Sud dell’Europa. Fu anche il più attrezzato centro di smistamento dei tipici prodotti mediterranei come alcune tipologie di vini, dolci o liquorosi e, soprattutto, quelli che avevano la stoffa di resistere al “travaglio” dei lunghi viaggi via terra o via mare. I vini italiani e greci, in questo caso, tenevano bene il confronto con alcuni grandi vini francesi.

    Le compagnie d’oltremare

    L’Europa era ancora in larga misura autosufficiente, e i Paesi europei commerciavano principalmente tra loro. Tuttavia questa fu l’epoca delle grandi compagnie d’oltremare e i conflitti coloniali cominciarono ad avere una parte sempre più importante nella lotta fra le grandi potenze, per dominare i mercati più significativi. “In quei tempi – come ci ricorda la cronaca descritta nel XXIII capitolo del volume VI della “The New Cambridge Modern History” – la viticoltura era diffusa largamente nel Centro-sud dell’Europa, dal Portogallo all’Ungheria.
    Tra i vigneti più settentrionali i più rinomati erano quelli del Reno e della Mosella, che per la via fluviale rifornivano sia il mercato interno sia di esportazione dell’Olanda. Ma poiché l’importanza internazionale di questi vini era diminuita e il Portogallo non era ancora riuscito a conquistare un grande mercato, il commercio europeo negli anni intorno al 1670 era dominato dalla Spagna e, in misura ancor maggiore, dalla Francia.
    Anche se i vini di Borgogna erano conosciuti e apprezzati nella Parigi di Luigi XIV, la loro penetrazione verso l’interno della Francia fu limitata fino all’apertura di nuovi canali, dopo il 1720. Quanto al resto del mondo, il vino francese si identificava ancora essenzialmente con il Bordeaux.

    I vini del Rodano e di Bordeaux

    I vini del Rodano e del mezzogiorno cominciarono a uscire dal Mediterraneo, in quantità ancora modeste, solo dopo il 1700. A Bordeaux i grands crus, in seguito tanto apprezzati, non esistevano ancora e le esportazioni consistevano per lo più di vino ordinario e non invecchiato, prodotto nelle immediate vicinanze della città.
    Gli olandesi, tuttavia, meno affezionati degli inglesi al `chiaretto’ di Bordeaux, cercarono altre fonti di approvvigionamento lungo la costa e nell’interno, ove scoprirono altri vini locali sino ad allora mai esportati, più adatti al palato olandese: vini bianchi e dolci, vini più densi e zuccherati, moscati, vini forti di Gaillac e di Cahors, vini bianchi di Saintonge, Aunis e Périgord, e vini nuovi di Sauternes prodotti appositamente per il mercato olandese”.
    Si assiste per la prima volta a una considerevole produzione commerciale di sostanze alcoliche diverse, ma anche di vini di grande struttura e più elevata gradazione alcolica, utilizzati per tagliare i vini più deboli. Gli olandesi, che in parte controllavano i mercati del Nord attraverso il porto commerciale di Amsterdam, richiedevano questo tipo di prodotti. Per merito e grazie alla forte domanda e all’iniziativa commerciale dell’Olanda, che si faceva promotrice del taglio dei vini direttamente nello scalo di smistamento, si apriva un prospero e redditizio mercato per la vitivinicoltura di alcune regioni mediterranee.
    Fonti di approvvigionamento di queste tipologie di vini erano le Canarie e Jerez, i cui vini erano preferiti dagli inglesi, mentre quelli di Alicante e di Màlaga erano più richiesti dagli olandesi. Tuttavia la viticoltura spagnola dovette attendere fin quasi alla fine del XVII secolo per avere un’espansione significativa.
    Per quanto riguarda il Portogallo, che oltre ai celebri vini del Douro, si riforniva anche di quelli di Madera e delle Azzorre, fu confortato da massicce esportazioni che si realizzarono, però, molto più tardi. Fino a quel momento sia i vini portoghesi, sia alcuni vini minori spagnoli erano stati valutati come “vini locali”.

    Alla ricerca della supremazia

    L’Olanda iniziò a importare vini dal Portogallo fin dal 1675, seguita a ruota dall’Inghilterra. Le aumentate richieste da parte dei poli commerciali che dominavano il mercato dell’Europa del Nord convinsero i viticoltori della valle del Douro a incrementare la loro produzione, favorita anche da un elevato consumo interno, grazie agli effetti dell’immagine “internazionale” del vino portoghese.
    Da allora si assistette a uno sviluppo repentino della produzione nell’alta valle del Douro, favorita da occasionali ma remunerative richieste dall’estero, e da un governo centrale condizionato nelle sue scelte politiche dai grandi proprietari terrieri che nel vino riponevano le speranze di sicuri profitti. Si faceva sempre più difficile la competizione con i vini della Francia vinicola, per merito non solo dei suoi vignaioli e cantinieri, ma anche di abili “promoter” e scaltri mercanti che avevano conquistato posizioni importanti sui mercati dell’Europa settentrionale.
    Soprattutto in Inghilterra si faceva sentire la competitività del vino francese, che, in coincidenza con il breve periodo della pacificazione (1675-1678), rappresentava sul mercato londinese i quattro quinti circa del vino consumato in Inghilterra. Erano 8.535 barili l’anno il vino “made in France” che aveva come competitori i 5.008 barili provenienti dalla Spagna, i 1.000 circa provenienti dai vigneti della valle del Reno, i meno di 100 dal Portogallo e altrettanti dalla Toscana.

    I boicottaggi alla Francia: una storia antica

    Quando però si interruppero, per circa sei anni, i rapporti commerciali tra Inghilterra e Francia, fu il Portogallo che da 100 occasionali barili l’anno vide le sue esportazioni salire a circa 17.000 barili. Passata la tempesta e ripianate le divergenze tra Francia e Inghilterra, furono nuovamente i vini francesi a riconquistare posizioni di privilegio battendo i loro diretti rivali. L’export francese in Inghilterra, calcolato sempre in barili, raggiunse in breve i 15.000 contro i poco più di 400 barili portoghesi e i 3.500 spagnoli, molto al disotto dei livelli medi registrati negli anni Settanta.
    In seguito le esportazioni del vino francese, che avevano già subito un crollo a causa del boicottaggio commerciale da parte dell’Inghilterra a cavallo dei secoli XVII e XVIII, per colpa di avvenimenti bellici subirono il blocco totale. I vini spagnoli si presero la rivincita occupando lo spazio che era stato dei vini del Bordolese e della Borgogna.
    Oltre il 70% del vino spagnolo proveniva dalle vigne delle Canarie, ma anche il Portogallo tornava a essere presente con una quota consistente dei suoi vini, in parte grazie al miglioramento qualitativo dei vini di Porto, ma soprattutto per le mutate esigenze sensoriali dei consumatori inglesi. Non fu solo una scelta qualitativa ma anche economica, visto che i vini spagnoli e portoghesi fruivano di una minore tassazione. Il vino del Bordolese e di altre zone vocate della Francia non riuscì più a riconquistare il mercato inglese, neanche dopo l’avvenuta pacificazione in Europa. Secondo le statistiche ufficiali dell’epoca, redatte da eminenti studiosi del settore, i vini francesi furono superati anche da alcune tipologie di vini provenienti dall’Italia.
    Appare chiaro, comunque, che il vino francese subì il particolare maltrattamento per ragioni politiche più che economiche, visto che le tasse doganali sui vini francesi erano più che doppie di quelle applicate ai vini di Portogallo e Spagna. Nei primi decenni del XVIII secolo i vini della valle del Douro e di altre zone vinicole del Portogallo superarono di ben due volte le esportazioni di vino spagnolo, e oltre dieci volte il vino francese, che veniva importato solo per soddisfare sparute pattuglie di francofili.
    La grandeur ostentata, con merito, dai vignaioli e cantinieri di Francia e che era stata umiliata trovava una soddisfacente “vendetta” commerciale nei riguardi di Londra e dei vini della penisola iberica conquistando, da dominatrice, i calici dei raffinati gourmet dei Paesi Bassi. Erano, infatti, ben 35.000 circa i barili di vino “made in Bordeaux” e dintorni che giungevano mediamente ogni anno in Olanda. Il vino movimentato da abili mercanti olandesi, oltre che soddisfare le esigenze del consumo interno, riprendeva, in parte, la strada del mare per rifornire anche il profondo Nord.

    La rivincita della Grandeur

    Dopo un reale, e a volte solo apparente, benessere economico per la vitivinicoltura francese, e per i suoi abili promoter e mercanti, la Francia riscoprì l’amaro periodo dominato da una economia della sopravvivenza, o, come era definita dai burocrati, di “sussistenza programmata”. Si dovette ricorrere a una forzata distillazione per utilizzare la grande quantità di vino che rimaneva inesorabilmente invenduto, ottenendone acquavite che avrebbe dovuto prendere strade diverse. Per risolvere il grave problema si cercarono altre strade per dare prospettive più remunerative ma soprattutto più durature per la vita di migliaia di vignaioli e cantinieri.
    Questi sotto la spinta del facile sbocco commerciale, pur con alti e bassi, s’erano adagiati producendo vini comuni, competitivi solo nelle fasce più basse del mercato. Il vino quotidiano, definito “vin ordinaire”, quindi comune, di facile beva e di basso prezzo, non in grado di essere sottoposto a un invecchiamento migliorativo per le qualità di partenza, stava per tramontare non solo nella pratica, ma anche nella mentalità dei vignaioli di Francia che scriveranno, sul finire del secolo XIX, le pagine più gloriose dell’enologia mondiale.
    All’orizzonte apparivano nel frattempo altri prodotti derivati dal vino o dalle vinacce, o da altri vegetali come il ginepro. Cognac, Brandy e Gin, prodotti in decine di milioni di litri, attaccavano il predominio del vino. A partire dagli ultimi decenni del XIX secolo e i primi del XX, si affermeranno nel mondo la qualità e la disponibilità di vini qualitativamente garantiti che porteranno la Francia a essere vessillifera dell’enologia mondiale.
    Giungeranno vini importanti sulla scena del consumo, soprattutto elitario, e quindi con prezzi remunerativi non solo per i mercanti ma anche per gli abili vignaioli e cantinieri: avrà così inizio il periodo dei “grands crus” del Bordolese e della Borgogna. C’era voluto un sano ripensamento, non solo da parte dei mercanti, ma anche dei produttori. Soprattutto furono i grandi proprietari terrieri che avevano vigne generose e importanti dal punto di vista delle potenzialità qualitative dei vini a desiderare una legislazione che garantisse la provenienza dei loro vini.
    Un certo lassismo iniziale nelle varie classificazioni, non ufficiali, aveva dato, però, la possibilità ai produttori, e di conseguenza ai mercanti, di operare anche qualche manipolazione sul prezzo non rispondente a una determinata qualità, che verrà in seguito garantita con più severe e controllate classificazioni. Essere posizionati in una classe o in un’altra poteva far spuntare dei prezzi più alti, che non sempre corrispondevano al livello qualitativo del prodotto.

    Il dramma della fillossera

    Il potere lo avevano i “negociants”, che da mercanti raffinati si erano trasformati, con l’acquisto di vigneti, anche in “proprietari”: quindi con il duplice ruolo di “padroni assoluti” del vino all’origine e di quello di abili mercanti, che si avventuravano nelle insidiose e difficili strade del commercio internazionale. Si deve proprio alla Francia la rinascita mercantile del vino, per merito dei suoi abili “courtier” (sensali mediatori).
    Questi, padroni degli accadimenti commerciali del vino, si organizzarono in sindacato e misero ordine, nel 1855, alle prime serie codificazioni, che saranno poi la base per le future classificazioni d’origine. Il mercato mondiale del vino si muoverà d’ora in poi seguendo regole più severe e rispettose dell’etica professionale delle singole categorie che vivevano di vino e per il vino.
    Il dramma della fillossera, che si manifestò in modo grave nel decennio 1860-1870, collassando la produzione e di conseguenza l’esportazione del vino francese nel mondo, diede una mano alla viticoltura italiana, spagnola e di altri Paesi del Mediterraneo, i cui vini presero il posto di quelli francesi sulle rotte dei traffici internazionali.
    Fu anche un segnale per la crescita della viticoltura, e quindi della produzione dei vini, in California e nelle regioni vitate australiane, entrambe non attaccate dalla fillossera. Nuovi competitori, non europei, si preparavano a ritagliarsi e a consolidare quote di mercato sempre più grandi in patria e con un occhio al potenziale mercato globalizzato del vino.

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