Le rotte del vino: 2. Anfore, navi e Fenici
Le antiche “patrie” del vino
Di Aldo Quinto Lazzari. Capitolo 2 di 8 di «In viaggio lungo le rotte del vino».
Per comprendere meglio il ruolo del commercio del vino nelle varie epoche e presso le varie civiltà è necessario accertare il ruolo di questa bevanda nella quotidianità delle varie popolazioni, differenti tra loro per abitudini alimentari ma anche per le diverse disponibilità del vino. Vino e grano rappresentavano, ad esempio, nella cultura cananea il simbolo della “deificazione” dei prodotti della terra, elevati al rango di offerte pagane alle varie deità. Con la stessa denominazione “divina”, vengono assorbiti dalla cultura monoteista (yahwista), e trattati in vari passi della Bibbia, come frutto della naturale benevolenza divina che li “regala” all’uomo per materiali godimenti.
A proposito dell’Eden, collocato nel cuore della Mesopotamia, a leggere la Bibbia o i testi di Ugarit anche la terra di Canaan era una specie di Eden, almeno allora: una terra fertile, bagnata dalle acque dei ruscelli, dei torrenti e protetta da un clima favorevole allo sviluppo di una fiorente agricoltura mediterranea, nella quale la vitivinicoltura era predominante anche per gli interessi commerciali, o di semplice scambio. Nella parte sud della Palestina, precisamente nella zona di Hebron e Gabaon, a ovest del Mar Morto, si trovavano le prime vere vigne che ospitavano alcuni vitigni adatti a resistere ed essere beneficati dal tipo di clima che caratterizzava la parte meridionale d’Israele. Il vino prodotto, anche se non di eccelsa qualità, oltre che per eventuali scambi tra gruppi, era tuttavia indispensabile per un consumo diretto, ideale per rendere meno monotona la dieta e, soprattutto, per garantire un apporto di calorie “euforiche”.
Può essere credibile che in Medioriente siano nati i primi riusciti tentativi di trasformare gli acini d’uva, o i frutti della vitis vinifera, in una piacevole bevanda fermentata e potenzialmente alcolica. Anche se molti avanzano l’ipotesi che l’arte di allevare viti e fare vino sia, in realtà, nata tra le popolazioni più vicine al Caucaso, non esistono documenti in tal senso. In Israele, se nel mondo dei nomadi o comunque degli abitatori delle zone un po’ aride, era il latte la bevanda alla quale si ricorreva più spesso, anche per la mancanza di sorgenti, nei territori agricoli dove erano coltivate le viti la bevanda più diffusa e consumata dopo l’acqua era senz’altro il vino.
Ciò che può mandarci in confusione sull’epoca della diffusione e del commercio del vino in Medioriente sono i testi ritrovati nel Palazzo reale di Mari. Infatti, prima ancora del re Zimrilim si parla di traffici di vino e anche di depositi di questa bevanda racchiusa in migliaia di giare vinarie. Si descrivono anche altri siti dove il vino veniva venduto a grossisti e mercanti regolari ma anche a trafficanti di bassa lega. Famosa era la città assira di Sippar e soprattutto Ugarit, sulla costa del Mediterraneo, che, oltre a ospitare il più grande e importante emporio di vini e di altre mercanzie, era il luogo da dove partivano i traffici verso l’Egitto per portare vino e anche frutta secca.
Importanza speciale assunsero i luoghi che, oltre a coltivare viti e avere abili vinificatori (abili per quel tempo naturalmente), avevano anche la fortuna di essere nodo importante dei commerci come lo fu Megiddo, antica città della Palestina adagiata sui crinali del Monte Carmelo, da cui passava la strada carovaniera che univa la Siria all’Egitto. Occupata prima dai Cananei, dagli Hyksos, dagli Egizi e quindi dalle tribù israelite, Megiddo divenne punto strategico per dominare commercialmente l’intera zona.
Vi era in questa città un’evoluta vitivinicoltura, tanto che il faraone Thutmotis III, della XVIII dinastia, appena salito al trono, succeduto a Hatshepsut, volle imbarcarsi nell’avventura verso Megiddo, attirato forse più dalla fama del vino di quelle vigne, che da sete di conquiste, visto che lì giunto si preoccupò soltanto di riportarsi in patria centinaia di giare di vino “dolcissimo e soave”.
Vini base e miscele
Non esistono documentazioni tecniche particolareggiate che distinguano i vari tipi di vino, oggetto di traffici, ottenuti in base a differenti metodi di vinificazione e alla scelta di particolari vitigni, ma si può ugualmente avanzare l’ipotesi che si producessero almeno due o tre diversi vini base. Certamente uno di questi era dolce, zuccherino, privo o quasi di gradazione alcolica, ottenuto raccogliendo in speciali vasi vinari il liquido che scendeva dal tino della pigiatura senza che venisse fatto fermentare. Un altro tipo di vino era ottenuto lasciando che il mosto fermentasse, solo per qualche giorno, in presenza di graspi e bucce.
Infine si segnala un vino più robusto, con colorazione intensa (oro o rossa a seconda del tipo di uve) e con una certa gradazione: era questo il tipo di vino che poteva essere anche immagazzinato nelle capaci anfore vinarie, chiuse ermeticamente e diventare merce preziosa per eventuali scambi. Valgano come esempio alcuni contenitori di terracotta ordinaria (coccio), specifici per il vino, dei quali sono stati ritrovati alcuni resti negli scavi di Samaria (III-IV sec. a.C.) con incise delle scritte riguardanti presumibilmente il nome del vignaiolo-cantiniere, la misura, o capacità, e il tipo di vino.
Non è stato facile chiarire l’utilizzo preminente di questa tipologia di contenitori. Probabilmente servivano a mantenere il vino fino alla completa maturazione, nel tal caso veniva praticato un foro nella parte del boccaglio che era stato sigillato con dell’argilla o pece, onde permettere la fuoriuscita dei volatili gassosi che si formavano nel processo di fermentazione, ma anche per inserire una eventuale “cannuccia” con la quale aspirare il vino per testarlo. Forse erano ancora di questo tipo i contenitori con i quali il vino veniva avviato verso i mercati vicini oppure, con navi o barche, trasportato lontano per un mercato specializzato, o venduto a un grossista o acquistato e consumato da clienti importanti come re, principi, faraoni, o ricchi signori della nomenclatura religiosa o militare.
Le stesse giare erano utilizzate più volte senza procedere al lavaggio, perché si era convinti che mettendo il vino nuovo “in botte vecchia”, o nel vaso di coccio o di terracotta già usato e quindi con probabili residui di feccia, magari inacidita, il vino migliorasse come gusto e profumo. Particolare che ci fa dubitare sulla bravura di quei cantinieri. Si parla spesso nei testi biblici di vini miscelati ma non è chiaro, almeno dalle differenti traduzioni, a quale miscela ci si riferisse. Si legge in alcune traduzioni: “diluito” (si presume con acqua), in altre “temperato” o “miscelato” – come nei versi tratti dai Proverbi (9; 2 e 5) -, ma non viene specificato se con acqua, spezie, droghe varie o con vini dalle caratteristiche differenti.
La diluizione veniva praticata regolarmente, come vedremo in seguito, nella cultura enoica sia greca sia romana per soddisfare anche le variegate esigenze delle popolazioni raggiunte dal commercio del vino. Vi erano poi alcuni vini che venivano addizionati soltanto con essenze profumate vegetali per rendere la bevanda più “esotica” e forse, nell’immaginario collettivo dei bevitori del tempo, “più vicina al paradiso degli dei”.
Contenitori e recipienti
Per quanto riguarda l’intero ciclo della vitivinicoltura di quei tempi, non potendo rifarci a pitture cananee o mesopotamiche, è l’Egitto che ci offre una varietà di soluzioni che, senza ombra di dubbio, saranno state identiche nelle varie civiltà mediorientali visti i continui contatti tra i vari popoli. I contenitori per il vino erano generalmente di terracotta, ma anche di legno, di pietra lavorata grossolanamente, e in tempi più recenti di metallo.
I recipienti per contenere il vino, sia nei magazzini, sia per essere trasportato via terra o via mare, sulle rotte commerciali, erano rappresentati da anfore, denominate “anfore vinarie”.
In Medioriente si affermò l’anfora “cananìta”, caratterizzata da due manici contrapposti che ne agevolavano la movimentazione. Fu inventata dai vignaioli o dai “cantinieri” di Canaan, o molto più realisticamente dai mercanti di vino fenici che le utilizzavano nei loro traffici lungo le rotte del Mediterraneo o nelle strade interne delle coste.
Le anfore
Essendo di terracotta, materiale poco costoso, facile da maneggiare, le anfore erano utilizzate per molti scopi, anche se erano state create per contenere esclusivamente vino. L’anfora che conteneva il vino in fase di fermentazione era tappata provvisoriamente e, come accennato, veniva praticato un piccolo foro come sfogo per i vapori gassosi. Una volta che il vino era giunto a maturazione il contenitore veniva chiuso ermeticamente con argilla e sigillato con pece.
Al momento della loro fabbricazione, alcune rare anfore erano contrassegnate con un sigillo, riferito al nome del luogo, della tribù, del proprietario, dei beni alimentari custoditi nell’anfora stessa, quando non addirittura allegato un cartiglio con la specifica minuziosa del prodotto, della sua origine, oltre all’anno di produzione. In alcuni testi si fa cenno anche a vasi vinari in vetro, ma, vista la sua fragilità, questo materiale, conosciuto in Medioriente e soprattutto in Egitto, dove sembra che sia stato scoperto intorno al XV o XIV sec. a.C., fu abbandonato per riapparire in seguito come dominatore, sulla scena alimentare, nel campo dei recipienti per immagazzinare e per trasportare, ma soprattutto venne usato per calici da bere e nei piccoli recipienti di uso domestico per consumare cibi.
Trasporti e navi: i Fenici
A distanza di poco meno di tre millenni, un osservatore attento alle cose che riguardano le coltivazioni emblematiche delle coste mediterranee non può disconoscere che i primi navigatori fenici, e soprattutto i loro discendenti, siano stati i grandi propagatori dell’olivo e della viticoltura, oltre che delle tecniche di fabbricazione delle prime vere navi da trasporto adatte per navigare in mare aperto. Non a caso, i potenti faraoni d’Egitto chiedevano in prestito ai Cananei, e in seguito ai Fenici, le navi per la loro flottiglia per navigare sia sul Nilo sia nel Mediterraneo.
Erano fenicie anche le grandi navi che per conto degli Ittiti, e di altri popoli, trasportavano elevate quantità di cereali, di olio e vino verso i porti del Mediterraneo. Questa capacità di navigare, almeno lungo le coste, anche per tragitti più lunghi, con una navigazione a vista, permise ai Fenici di trasportare, oltre ai viveri e agli strumenti per la caccia e a quelli per lavorare i campi, anche molte specie di vegetali, tra i quali barbatelle di viti che trapiantarono nelle terre da loro colonizzate.
Non fu difficile quindi per i Fenici, dopo che di costa in costa avevano “visitato” tutto l’Egeo attraverso rotte che definiremo settentrionali, spingersi con una rotta meridionale lungo le coste dell’Africa settentrionale fino allo stretto di Gibilterra e da qui verso il nord della penisola iberica, fino a Cadice e nelle isole lungo la costa mediterranea. Dovettero, nel corso dei secoli, scontrarsi di volta in volta con Greci, Etruschi, Romani, Persiani e con i Macedoni, alternando lotte accanite a pacificazioni e alleanze.
Le anfore di Cartagine
Il vino doveva essere elemento di commerci e scambi, visto che sono state ritrovate anfore nella stessa Cartagine, la più importante colonia fenicia, adatte al trasporto di vino, contraddistinte dalla parte terminale della svasatura che si restringe e termina con un foro molto stretto, tale da fare pensare a una possibilità di chiusura ermetica, ottenuta con un tappo in legno fatto aderire con l’aggiunta di fibre vegetali o pece. I Fenici, e prima di loro i Cananei e le popolazioni della costa che possiamo definire protofenicie, avevano l’isola di Cipro come punto di riferimento delle loro iniziali scorrerie nel Mediterraneo.
Quest’isola fu il punto di incontro più importante delle civiltà dell’Egeo e di quelle frontaliere verso Oriente con le prime vere manifestazioni mercantili che avevano il vino come merce pregiata. I ciprioti e in seguito anche le popolazioni egee appresero dagli evoluti Fenici la viticoltura, l’olivicoltura e la perizia marinara. Interessanti tracce fenicie, riferite soprattutto alla cultura agricola di questo popolo mediorientale, si ritrovano a Malta, dove a S. Pawl Milqi, in corrispondenza della St. Pauli’s Bay, è stata rinvenuta una vera e propria fattoria agricola, ben conservata con i resti di macine e vasche per il vino.
Anche in Sicilia e in Sardegna i Fenici fondarono fattorie agricole che si rifacevano alla cultura cananea o siro-palestinese nelle quali si effettuavano tutte le lavorazioni che avevano per protagonista, oltre ai cereali e le olive, anche l’uva da vino. Sembra che i Fenici trasferissero, nei territori occupati, non solo la loro tradizione agricola e la loro esperienza di marinai provetti, ma anche le loro tradizioni, le attività e le tecniche riferite alla vitivinicoltura, comprese quelle apprese dalle popolazioni autoctone dei luoghi visitati o colonizzati.
Verso un commercio specializzato
Fu con i Fenici più che con i siro-palestinesi che gli Egizi stessi scambiarono tendenze e conoscenze, soprattutto per via della capacità dei Fenici di affrontare il mare con un naviglio tecnicamente più evoluto rispetto alle barche “casalinghe” degli altri abitatori delle coste orientali del Mediterraneo. Se gli Egizi fecero conoscere ai Fenici la bevanda fermentata di cereali o frutta, questi ultimi insegnarono ai discendenti delle antiche dinastie egizie il modo di migliorare l’arte della vinificazione, che a loro volta i Fenici della costa avevano appreso dai Cananei dell’interno. Fu proprio in coincidenza con questo periodo che nel Mediterraneo si consolidarono le prime “specializzate” manifestazioni mercantili. Non più semplici scambi da sopravvivenza ma una vera e propria attività mirata al profitto, il più elevato possibile.
Anche gli Etruschi entrarono nell’orbita commerciale dei Fenici, anzi erano interessati alla comune opposizione verso i Greci, tanto da allearsi in svariate operazioni militari contro gli Elleni. Per lungo tempo vi fu tra Etruschi e Fenici una completa compenetrazione nei rapporti militari e commerciali tanto da sentirsi legati per fare fronte comune contro altri popoli e vivere in armonia nel Mediterraneo e soprattutto in “amicale” coabitazione nel Tirreno.
I Fenici ebbero più detrattori interessati che disinteressati cronisti. Vi sono infatti evidenti contraddizioni nei vari autori sia greci sia romani. Costretti dalla ristrettezza dei loro spazi nella patria d’origine a inventare il mare come loro patria adottiva, i Fenici furono per secoli padroni di tutto il Mediterraneo portando anche l’arte di governare gli accadimenti che riguardavano la vitivinicoltura e i mestieri a essa collegati. Di un popolo così si può anche parlare male, per gelosia naturalmente. Il mondo del vino deve però, forse, ai Fenici un pensiero di riconoscenza.







