ENOCULTURA

    Le rotte del vino: 3. Il Mediterraneo dei Greci

    Le rotte mediterranee

    Di Aldo Quinto Lazzari. Capitolo 3 di 8 di «In viaggio lungo le rotte del vino».

    Prima di parlare di Roma e del suo Impero, dobbiamo comprendere fino in fondo l’influenza della civiltà e della cultura greca. Determinante è fare chiarezza sull’importanza di alcune rotte mediterranee per comprendere le potenziali vie per il trasporto e la diffusione del vino e della viticoltura, nel grande scenario dei Paesi affacciati su questo bacino. Affidiamoci agli scritti dell’accademico francese Fernand Braudel che nel suo volume “Memorie del Mediterraneo” così descrive le rotte commerciali di quel tempo che, in parte, sarebbero state determinanti anche nei secoli futuri.
    “A grandi linee, esistono tre rotte per raggiungere, partendo da Oriente, il Mediterraneo occidentale. La prima costeggia i litorali del nord, la Grecia e le sue isole, arriva fino all’altezza di Corcira (Corfù). Da lì, con il favore del vento, un veliero leggero attraversa il canale d’Otranto in meno di una giornata e poi, lungo le coste italiane, può raggiungere lo stretto di Messina. Proprio davanti a questa gola marina si fermò la prima navigazione greca, come successe anche ai cretesi e ai micenei. Oltre lo stretto il Mar Tirreno è il crocevia attraverso cui i velieri Greci raggiungeranno l’Occidente, ma non senza fatica.
    La rotta meridionale segue la costa africana dall’Egitto fino alla Libia e l’attuale Africa settentrionale. Alla fine di questa interminabile navigazione di cabotaggio si apre lo stretto delle Colonne d’Ercole. Lungo tutto il percorso i Fenici hanno disposto scali, nei Paesi amici e nelle città del delta del Nilo; oppure fondachi, come sulla costa della Cirenaica o sulla costa nordafricana propriamente detta.
    Per insediarsi sceglieranno invariabilmente gli approdi delle isole costiere, come Nora in Sardegna, Gades di fronte alla foce del Guadalquivir, Mozia in Sicilia, Utica allo sbocco del Bagradas (il Medjerda), Mogador in Marocco; oppure un istmo facile da difendere, come Cartagine sulla collina di Borsa, tra le due lagune adiacenti. Cartagine fu definita dallo storico greco Appiano una “nave alla fonda”. Una terza rotta attraversa il mare, appoggiandosi a una catena di isole, Cipro, Creta, Malta, la Sicilia, la Sardegna, le Baleari.

    La stessa rotta, due millenni dopo

    Due millenni più tardi, ai tempi di Filippo II e di don Giovanni d’Austria, sarà ancora la linea di navigazione rapida, diretta: quella che adottavano le navi spagnole dalla Sicilia alle Baleari, o dalle Baleari alla Sicilia e che, nei mari d’Oriente, dalla Sicilia a Creta, a Cipro e in Siria, formava l’asse principale del celebre commercio del Levante.
    Questo tragitto evidentemente costringeva alla navigazione d’altura, abbandonando il cabotaggio lungo le coste. Gli scafi fenici avranno anche loro seguito questa rotta di mezzo, definita d’altura, lontana da riva. È probabile, dato che la presenza o il passaggio dei Fenici, e poi dei Cartaginesi, è ben visibile su molte delle isole che s’incontrano su queste rotte.

    Civiltà e cultura greca

    Questo accenno alle rotte mediterranee ci fa comprendere meglio il viaggio del vino che conquistò consumatori della città e della “campagna”, per merito dei Fenici, e dopo di loro soprattutto dei Greci e dei Romani, navigatori e mercanti di vino. In tutta la regione dominata da Atene il vino diventa protagonista non solo delle bevute quotidiane o di quelle straordinarie del simposio, ma diventa protagonista in più momenti della giornata.
    E logico che il vino, dopo i cereali, sia elemento materiale per una politica di accumulo da parte delle classi dominanti, diventando una voce attiva nella gestione distributiva verso le fasce di consumatori maggiormente disposti a pagare prezzi elevati rispetto al grano o ad altri alimenti. Sarà soltanto con le coltivazioni intensive delle viti che il vino diventerà, almeno in Grecia e in seguito nell’Italia ellenica (Magna Grecia), una bevanda popolare. Il consumo del vino, in tempi diversi, non verrà più considerato un privilegio per pochi, riservato alle classi sacerdotali, ai nobili o ai funzionari manutengoli che con la scusa di essere al servizio dello Stato o della “polis” facevano incetta dei vini migliori lasciando alle pratiche mercantili e alla massa i vini più scadenti.
    Per molto tempo, a governare politicamente, economicamente ma anche dal punto di vista pratico il “viaggio” del vino dalla cantina di produzione al consumo, saranno le corporazioni dei produttori, che in seguito saranno scalzati dai professionisti del mercato. Per essere attori vincenti nel commercio del vino, almeno inizialmente, è necessario disporre, in proprio o con un atto di prelazione, di un vigneto altamente produttivo, con le uve più adatte a dare vini di qualità, resistenti al degrado del tempo, ma soprattutto tali da non essere stravolti dalle “fatiche” del viaggio, che ne avrebbe modificato le già fragili caratteristiche organolettiche.
    In Grecia, e nelle zone geograficamente legate a questa civilissima patria mediterranea, il commercio del vino diventa indispensabile e strumento di promozione verso quelle popolazioni che erano prive di vigne, o il cui vino prodotto non era sufficiente a soddisfare le richieste, visto che diventava sempre più protagonista non solo del bere quotidiano, ma soprattutto nei riti tradizionali del banchetto o simposio, e come bevanda unica nelle cerimonie della festa e dell’amore. Il vino, in alcune civiltà mediorientali, era stato protagonista assoluto nel simbolismo religioso o in avvenimenti straordinari.
    In Grecia, con l’evoluzione degli stili comportamentali nei riguardi del mangiare e del bere, e soprattutto con l’avanzare del tenore di vita, il vino assurge a ruolo incontrastato di primo attore nel contesto socioeconomico della campagna, in quanto luogo di produzione, e delle città che erano piazze ideali per un consumo anche elitario.

    Domanda e offerta

    Se al tempo degli Assiri, degli Egizi, dei Sumeri e anche dei Fenici il commercio del vino non seguiva sempre una codificazione, frutto di una concordata legislazione, ora il binomio domanda/offerta necessita di comportamenti regolati e resi affidabili, non solo per produrre il meglio ma per far giungere nei tempi giusti la “merce vino” nel circuito dei mercati finali, che si rivolgevano a variegati pubblici di consumatori sempre più esigenti. Ora non basta più produrre qualunque tipo di vino.
    Appare sempre più stringente la necessità di organizzare la logistica che attiene alla produzione, al confezionamento e al trasporto del vino dalle zone agricole, che ospitano le vigne e le cantine, alle singole piazze scelte per un remunerativo profitto. Ecco che le anfore di varie fogge e misure diventano sempre più la carta vincente per ottimizzare il mantenimento del vino, e soprattutto un mezzo ideale per il trasporto via terra e via acqua, dolce o salata.
    I vini devono rispondere a requisiti che incominciano a essere codificati, soprattutto da parte dei mercanti di vino. Affidiamoci agli scritti di Marie-Claire Amouretti, dell’Università della Provenza (“Storia dell’alimentazione” di Jean-Louis Flandrin e Massimo Montanari, Ed. Laterza): “La bevanda principale è il vino: il vino dei corposi cru rossi della Tracia, di Taso e di Chio, o il bianco leggero di Mende, solo per fare qualche esempio. Non sempre è facile tradurre correttamente i termini. I Greci stimano l’aspetto esteriore: il vino rosso/nero (mèlas) è paragonato alla porpora o al sangue; poi c’è il vino bianco (leukòs), di colore giallo.
    I vini si dividono anche in aspri (austeròi), secchi (xeròi), amabili (malakòi), dolci (glykèis), quelli che hanno un bouquet (òzontes), quelli leggeri (leptòi) e quelli corposi (pachèis). Il vino è detto caldo (thermòs) o senza vigore (asthenèsteros). Il più apprezzato è quello nero, forte, odoroso, invecchiato. Innanzitutto non bisogna confondere i vini nobili greci con quelli romani, giacché questi ultimi sono in prevalenza bianchi.
    Molti studiosi ritengono che i vini rossi greci fossero molto alcolici – F. Salviat propone 18 gradi per il vino di Taso, P. Villard non più di 16. Sono vini liquorosi a lenta fermentazione e lunga maturazione. La qualità delle anfore, provviste di ottimi tappi di chiusura, garantisce un eccellente invecchiamento. La diffusione delle botti, che inizierà nel III secolo d.C., e l’abbandono delle anfore mutano sensibilmente le condizioni di questo invecchiamento, e se in età medievale si preferisce il vino giovane è anche perché i vini sopportano male l’invecchiamento”.

    I controlli sulla qualità

    Sotto il “respiro” culturale ellenico e con la diffusione della vitivinicoltura, anche a causa della pressione demografica e, quindi, delle necessità di produrre e distribuire i frutti della terra, e tra questi il vino, nuovo protagonista assoluto del mercato, ci sarà uno sviluppo repentino del traffico mercantile, soprattutto via mare. Con l’aumento del traffico mercantile si rendono indispensabili più severi controlli, nei porti e lungo le strade commerciali, da parte di organismi istituiti dal potere centrale. Tutto ciò non sempre avviene per motivi etici, o a difesa dei consumatori, ma per evitare che le navi di una certa zona, ad esempio di Taso, importante centro ellenico di pregiate produzioni vinicole, situato nell’Egeo settentrionale, trasportino vini di zone non codificate per legge.
    Un primo tentativo di riconoscere, se non una vera e propria denominazione, sancita per legge, la provenienza, quindi un’origine, codificata negli usi delle pratiche mercantili. Severissime, invece, erano le norme che riguardavano la “genuinità” dei vini, che in quanto oggetto di traffici regolamentati e autorizzati dovevano rispondere a una certa “qualità minima garantita”.
    Questo per cercare di contrastare i primi tentativi di adulterazione, che poteva consistere nella pratica semplice e redditizia dell’annacquamento, o nella frode a vari livelli di consistenza, iniziando da quella non sempre individuabile di mescolare i vini nuovi con vini degradati dal tempo, o di annate diverse in quanto residuo di partite rimaste fuori dal normale traffico mercantile. Regole altrettanto severe sovrintendevano anche alla produzione di vasi o anfore vinarie che dovevano attenersi, oltre che alla esatta misura, che definiremo in gergo attuale “formato”, anche alla realizzazione di particolari accorgimenti tali da garantire il mantenimento del vino per un periodo quanto più lungo possibile. Il collo e la svasatura dell’imboccatura dovevano rispondere a criteri di massima garanzia, sia per la tenuta del vino con una tappatura appropriata, sia per poter apporre un sigillo onde evitare manipolazioni del contenuto fino al raggiungimento della piazza mercantile.
    Se ci rifacciamo a un’ipotetica carta geografica delle colonie greche nel Mediterraneo e dei territori occupati stabilmente, si comprende come questi potessero rappresentare il teatro di convenienti scambi commerciali quando non di vere e proprie imposizioni di alcuni prodotti “made in Grecia”. Le popolazioni di quelle regioni dovevano, giocoforza, acquistare quei dati vini, non solo per il quotidiano consumo ma soprattutto per le occasioni particolari. Sarà proprio in coincidenza con queste imposizioni che si affermeranno, specie presso le classi più abbienti, i famosi vini dell’Egeo.

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