La nobile tavola dello Champagne
«Andiamo a cena. Questi servizi luccicanti,
Questi intingoli sono una delizia per me!
Un cuoco e per me un mortale divino!
Cloris ed Egle mi versano con le loro mani
Un vino di Ay, la cui schiuma in pressione,
Dalia bottiglia con forza agitata,
Come un lampo proietta il tappo;
Parte e colpisce il soffitto, mentre ridiamo.
La schiuma scintillante di questo vino fresco
Di noi francesi e la brillante immagine».
Voltaire, Il mondano, 1736.
Francia, Versailles 1735, per la prima volta nella storia dell’arte viene rappresentato in un dipinto il consumo dello Champagne per mano del pittore Jean-François de Troy (Parigi, 27 gennaio 1679 – Roma, 26 gennaio 1752). Il dipinto ad olio su tela (cm. 186 x cm. 120), conservato al Musée Condé di Chantilly, assume una valenza storica importante poiché ritrae una scena di vita quotidiana dell’epoca, alla corte di Luigi XV, dove l’utilizzo dello Champagne come quello delle ostriche risulta protagonista assoluto e simbolo di una società elitaria.
Jean-François de Troy all’inizio del suo percorso artistico fu incoraggiato dal padre, François de Troy, noto ritrattista, ad intraprendere un viaggio formativo in Italia che durò sette anni, dal 1699 al 1706. Al suo ritorno dall’Italia, nel 1708, viene ammesso all’Accademia di Parigi dove insegnerà, alcuni anni più tardi, a partire dal 1719. Negli anni tra il 1724 e 1737 viene chiamato a lavorare presso Versailles e Fontainebleau, periodo nel quale si inserisce la realizzazione del dipinto “Il pranzo a base di ostriche”. Dal 1738 fu direttore dell’Accademia di Francia a Roma dove rimase fino alia sua morte.
L’artista pur dipingendo svariati soggetti storici e mitologici, che gli valsero il primo premio del Grand Concours del 1727 per il suo dipinto “Il riposo di Diana” esposto al Musée des Beaux-Arts di Nancy, si afferma nella cerchia dei pittori veristi, ritraendo scene di vita quotidiana sullo stile di Antoine Watteau, con la rappresentazione di soggetti che catturano lo spirito leggero dell’epoca moderna di Luigi XV.
Il dipinto “Il pranzo a base di ostriche”, commissionato da Luigi XV per la sala da pranzo dei suoi appartamenti privati di Versailles, e una delle testimonianze dello stile decorativo rococò, dove il racconto mondano si sviluppa nella sfarzosità degli arredi architettonici ed attraverso la ricchezza e la precisione dei dettagli.
Guardando l’opera ciò che immediatamente colpisce lo spettatore è l’atmosfera generale di allegria, di festa e di abbondanza che coinvolge un gruppo di gentiluomini della corte di Luigi XV intenti a banchettare, attorno ad un tavolo, con ostriche e champagne. La scena conviviale ed edonistica si inserisce in un contesto architettonico in stile rococò, tutt’altro che severo, che avvolge con la sua sfarzosità e circolarità la scompostezza esuberante dei personaggi.
L’abbondanza del cibo e del vino si specchiano nella preziosità dell’apparecchiatura ricca di dettagli e richiami cromatici e dove la luce, elemento portante nelle opere di J. François de Troy, gioca a rincorrersi tra gli elementi ritratti. La scena si divide essenzialmente in due punti focali che si sviluppano, partendo dalla sinistra della rappresentazione, con un gruppo di personaggi che ruota intorno al momento della stappatura di una bottiglia di Champagne e proseguendo sulla destra del dipinto con un altro gruppo di gentiluomini intenti a versare il vino nei bicchieri e a degustarlo compiaciuti.
Questi due momenti precisi si svolgono in un contesto di lasciva abbondanza e di perdita di controllo che ben si specchia nei vassoi e nei piatti d’argento ricolmi di succulente ostriche, portati dalla servitù sulla tavola, ed in quelli semivuoti e vuoti abbandonati disordinatamente sul pavimento.
Il disegno geometrico della pavimentazione in primo piano e interrotto dagli innumerevoli gusci di ostriche che fuoriescono copiosi da un cesto portarifiuti e dalle bottiglie vuote di Champagne che introducono lo spettatore nell’atmosfera lussuriosa del pranzo. La nitidezza della luce che si riflette nei colore argenteo dei gusci di ostriche, nella lucentezza del nobile metallo di piatti e posate e nei dettaglio della cromatura delle fibbie, che impreziosiscono i calzari dei gentiluomini in primo piano, fungono da punteggiatura che collega e allo stesso tempo scandisce la narrazione.
Ai piedi della tavola, incorniciato dalla lucente tovaglia bianca di apparecchiatura, troneggia in primo piano un mobile di servizio in stile rococò nei quale sono conservate, in vaschette ricolme di ghiaccio, due bottiglie di Champagne, ancora intatte, che garantiscono gioiose il protrarsi della festa.
La consapevolezza, già allora, di degustare fresco questo nuovo vino emerge non solo dalla ricercatezza di questo mobile di servizio, ma anche dalla presenza sul tavolo, di fronte ad ogni ospite, di scodelle in fine porcellana decorata, all’interno delle quali sono appoggiati i bicchieri con la parte della coppa a contatto col ghiaccio. Lo sviluppo verticale dello spazio architettonico, che occupa un ampia ed importante porzione della rappresentazione, indirizza l’occhio dello spettatore verso l’alto accompagnandolo ad unirsi allo sguardo sorpreso e divertito dei quattro personaggi, raffigurati sulla sinistra, intenti a seguire la traiettoria del tappo della bottiglia di Champagne appena aperta.
Il tappo che si staglia su di una colonna alle loro spalle, che con la sua verticalità ne esalta e sottolinea la spinta verso l’alto, diventa protagonista solitario dello spazio al di sopra delle loro teste esprimendo cosi l’energia di un vino nuovo. La magia del vino che si svela con la stappatura e ben rappresentata dal personaggio che si ritrae prontamente da una parte con fare divertito mentre il tappo vola verso l’alto. Il commensale con una mano trattiene la bottiglia appena stappata, mentre con l’altra impugna il coltellino affilato col quale ha tagliato lo spago che trattiene il tappo.
Questi dettagli risultano preziosi poiché mettono in risalto la pratica di stappatura e le tecniche di imbottigliamento dell’epoca, sottolineando la necessita di attrezzature ed accortezze particolari da adottare nel momento del servizio di questi nuovi vini. Le tecniche di imbottigliamento per i vini spumanti si modificheranno solo cent’anni dopo, con la sostituzione dello spago con la gabbietta in metallo come ancoraggio del tappo al collo della bottiglia.
Le bottiglie rappresentate nel dipinto, che appaiono di vetro spesso e di colore scuro, sono le bottiglie di stile inglese che da alcuni decenni le vetrerie dell’Inghilterra avevano iniziato a produrre. La sostituzione del legname con il carbone venne imposta con un decreto reale e permise, attraverso l’aumento delle temperature nei forni, di fondere la silice e di ottenere cosi bottiglie di vetro più resistenti.
Il loro utilizzo era destinato a quel tempo, visto il loro costo elevato, esclusivamente ad una società elitaria. In seguito poi al decreto reale ottenuto nel 1728 dai produttori di Champagne, che liberalizza la sua commercializzazione in bottiglia, il vino potrà essere cosi finalmente conservato e distribuito nel suo contenitore più idoneo.
Spostando lo sguardo sulla destra della rappresentazione ci si immerge nella vitalità espressa dal vino nel momento in cui viene versato nei bicchieri, svelando cosi le sue caratteristiche peculiari. Lo Champagne diventa qui l’elemento centrale che affascina e seduce, animando i commensali in una gestualità altamente espressiva capace di fissare i momenti chiave della degustazione.
Attraverso la posa contemplativa dei due personaggi che osservano il fenomeno del perlage allontanando e sollevando i calici verso la luce, il pittore riesce a fermare l’osservatore sull’anima effervescente e vitale del vino.
Particolarmente suggestiva appare la postura dei due commensali ritratti nel momento in cui versano il vino tenendo la bottiglia ad una distanza considerevole dal bicchiere, cosi da esaltare la formazione della schiuma all’interno del calice.
Questo momento preciso viene rappresentato, con una gestualità ancora più teatrale, in un altro importante dipinto datato 1735 eseguito dal pittore Nicolas Lancret e raffigurante il “Banchetto con prosciutto”, commissionato anch’esso all’artista da Luigi XV per la sua sala da pranzo privata di Versailles.
Il dipinto, conservato al Musée Condé di Chantilly, ritrae un banchetto a base di prosciutto e Champagne che si svolge nel parco della Reggia di Versailles dove, anche in questo caso, le eccellenze nazionali che imbandiscono la tavola esprimono lo stato elitario dei partecipanti.
L’attenzione viene catturata dal gentiluomo ritratto in piedi al centro della scena che con una posa a dir poco scomposta versa lo Champagne nell’elegante bicchiere a stelo lungo. Il vino che, come nel dipinto di Jean-François de Troy, viene versato molto dall’alto per favorire la formazione della schiuma a contatto con la superficie del cristallo si schiude, svelando al suo interno un elemento fino ad allora sconosciuto.
La tipologia di bicchieri, rappresentati con precisione in entrambi i dipinti, ci parlano di un’evoluzione dello strumento di degustazione in funzione della particolarità del nuovo vino che, per far apprezzare ed esaltare le sue note distintive, richiedeva bicchieri a stelo lungo e di vetro trasparente. Questi bicchieri, privi di colore e decorazioni, in uso già dalla fine del XVII secolo, stavano gradualmente sostituendo i bicchieri in stile veneziano che per tanti secoli erano stati utilizzati sulle tavole delle corti europee.
Elevando il punto di vista al di sopra della scena edonistica in primo piano, rappresentata da Jean-François de Troy, un’imponente scultura di Venere si affaccia sinuosa da una nicchia alle spalle dei commensali, ritratti negli animati momenti della degustazione, ponendosi come complice spettatrice e custode di memorie antiche. Venere che per la mitologia romana cosi come Afrodite per la mitologia greca e colei che nasce dalla spuma del mare suggerisce, in un gioco sottile di metafore, un dialogo a distanza con quella energia vitale che si manifesta alia vista nel momento in cui il vino entra spumeggiando nel bicchiere.
di Monica Mancini
tratto da SCHIAMPAGNA Lo Spumante Classico Italiano AA.VV.


